Il mondo attende un nuovo canto, per poter diventare.
Perché siano liberi il tempo e la parola, perché ogni ora sia di ognuno, perché uno sia infine il nome.
Esiste una compagnia ferroviaria i cui treni portano tutti i loro passeggeri alla destinazione sbagliata. Non possono fare diversamente, poiché altrimenti i passeggeri, giunti alla meta, smetterebbero di prendere i treni, e la compagnia fallirebbe. E invece i passeggeri continuano a comprare i viaggi, e il tempo che non passano in treno lo passano a lavorare per potersi permettere un altro biglietto. Alcuni, la maggioranza, lavora anche sul treno, poiché i biglietti sono sempre più cari. Solo alcuni, forse visionari, hanno cominciato a viaggiare in nave. Ma in nave non si può andare ovunque. Così c'è chi prova a far andare i treni nella direzione detta. Quei treni, però, non possono andare dalla parte giusta, e poi la maggior parte dei passeggeri non ha tempo per studiare geografia, perciò preferisce lasciare alla compagnia la direzione dei treni. C'è infine chi sogna addirittura di viaggiare volando. Per i più sono solo sogni. Ma secondo alcuni, più pessimisti, la compagnia potrebbe avere già pronto un piano di piani di volo sbagliati, e per loro, preoccupati, non è quella la via.
Nella Torah scritta e orale vive la più grande sorgente del nuovo canto. I confini della Torah orale sono già mutati, ed è un segnale del principio del possibile. In essi sono contenuti i Midrashim, la Mishnà, la Ghemarà, la Kabbalah, i racconti e i commenti. Ma anche le parole che hanno aperto il tempo di una nuova tradizione.
Il Processo di Kafka, libro dell'oscurità, deve essere studiato non meno dello Zohar. I Minima moralia di Adorno non meno dei Pirkè Avoth compilati da Yehudà Hanassi. E così via.
Nè si tratta solo di haggadah. L'halachà e l'haggadah sono intecciate come le dita unite di due mani, nelle parole degli ultimi maestri della Torah orale. Un tempo la halachà era sulla supefice, ma poi si è nascosta. Così doveva essere, come il nano nel turco. Dunque si deve studiare lo Shulchan Aruch, e studiarlo per agire. E si deve saper scoprire il commento halachico dello Shulchan Aruch che è contenuto nell'Origine del dramma barocco tedesco. Il nuovo canto potrà nascere solo se saprà liberare, col suo fiorire, le parole degli ultimi maestri dalla forma di pietre di pura teoria in cui sono state irretite, e le parole dei primi maestri dalla forma di idoli di immota azione, in cui vengono perdute. "Faremo, e ascolteremo" è scritto, e se ne deduce che prima devi cantare, dunque devi ascoltare il canto. Il resto è commento.
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Il Messia. Sentire il silenzio. Ascolta.
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La halachà è l'ortoprassi di un sacerdozio. Nell'ebraismo hanno sempre convissuto tre elementi. Quello regale, quello profetico e quello sacerdotale. Sarebbe sbagliato ritenere che quest'ultimo sia la sola dimensione dell'ebraismo, ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che si possa dare ebraismo senza la sfera sacerdotale.
Sacerdote è una parola composta, duplice. Contiene Sacer, che ha il significato di separato e di sacro. L'ebraico Kodesh vuol dire distinto e sacro. Separato e distinto non sono la stessa cosa, e non per caso la Torà indica la distizione, non la separazione, come l'elemento caratteristico del sacro.
Sacerdote contiene anche Dotium, che vuol dire potere, deriva da dote, e ha analogia con la parola docente.
Questa duplice composizione della parola italiana sacerdote non si riscontra nell'ebraico kohen. Questo insegna qualcosa. I kohanim erano infatti solo parzialmente sacerdoti: ad essi spettava solo il sacer, non il dotium. Ma si trattava, per il kohen, di essere separato o distinto? La Torah parla di distinzione, poichè la separazione è idolatria. Solo il divino può essere separato, chiunque o qualunque cosa umana pretenda di esserlo, si sta ponendo come idolo.
La sfera sacerdotale ha dunque due diverse declinazioni. Verso l'uomo e verso Dio. Dotium e sacer.
Non si tratta di etica, non si tratta di fare profezie, non si tratta di vincere battaglie dure e importanti. Si tratta semplicemente di insegnare, ovvero di spiegare un senso possibile, anche solo di una sola, unica lettera di un libro. Questo è il sacerdozio verso gli uomini.
Il sacerdozio verso Dio è tempo. Chi non ha tempo da destinare a Dio durante una giornata, non per chiedere qualcosa, ma solo e unicamente per cantare con le parole e con le azioni la bellezza divina, non compie il sacerdozio verso Dio. Per questo motivo la radice profonda del sacerdozio verso Dio non è il timore. Ciò che la Torà domanda è di amare il divino. Nonostante tutto amando, e amando solo per amore. Questa è la radice di tutta la halachà, laddove parla dei doveri verso Dio. Si tratta di donare tempo al divino, che ce lo domanda con l'insistenza di un innamorato. Il korban è tempo.
La sfera sacerdotale è dunque composta di due direzioni, L'insegnamento - e lo studio per poter insegnare - e la pratica di donare tempo a Dio.
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Ma questo idillio armonioso, del buon sacerdote, maestro e orante, è falso e fuorviante, poichè, scrisse Adorno nei Minima moralia:
Non si dà vera vita nella falsa.
Che cosa vuol dire? Che, a ben vedere, il sacerdozio, oggi, è impossibile.
Ma allora Adorno vuol dire che si deve rinunciare alla vera vita?
Ciò che è vietato è di chiamare vera la vita falsa, poichè dare in questo caso va letto come dare senso, nominare.
Perciò è anche vietato praticare il sacerdozio come balsamo che ristori dalla realtà - poichè non si può ignorare, non si può accettare, non si può vivere sotto la pioggia fingendo che sia un giorno di sole.
La halachà, insegna dunque il passo citato, non può essere un rifugio. Deve essere davvero ciò per cui fu discussa e scritta dai primi maestri – parola per l'azione.
Poichè, in una società organizzata per sottrarre il tempo e imprigionare il linguaggio, osservare un sacerdozio vuol dire compiere, ogni volta, un atto di conflitto.
Si tratta di mutare la vita in vita. La spiegazione del passo di Adorno è scritta nella Torà:
Scegli la vita, per poter vivere.
Cosa vuol dire? Vivere equivale a osservare la halachà, la direzione di una vita piena, densa, ricca di tempo, di esperienza, di sensi. Allora si dovrebbe leggere: scegli la halachà, per poter osservare la halachà. Ma perchè nella Torà non è scritto così, perchè non si fa riferimento alla legge, ai decreti e ai precetti, ma si parla invece di vita?
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Lui camminava solo su un ponte.
Il ponte era lungo, sembrava non avere mai fine. Prendeva la forma di una curva, come se seguisse la superfice terrestre. Forse non sarebbe mai finito, può darsi che, per giungere alla meta si dovesse percorrere tutto intera la circonferenza della terra.
Ma ad un certo punto il ponte era franato, e così lui si dovette fermare.
Fu lì che la incontrò.
La cercava da quando era nato, oppure solo da quando aveva iniziato a camminare sul ponte. Sebbene non ricordasse più molto del tempo in cui non camminava ancora su quel ponte.
Nè era la prima volta che si trovava ad affrontare parti crollate del ponte. In passato aveva risolto il problema tornando indietro. Il ponte era così lungo che non aveva mai avuto la sensazione di passare per le stesse parti. Ma forse si trattava di un'illusione, poichè in effetti il ponte era uguale in ogni sua parte e non poteva escludere con sicurezza l'ipotesi di avere percorse, da anni, sempre la stesse poche centinaia di metri, avanti e indietro. L'unica cosa che lo confortava, erano le frane – poichè ognuna era diversa dall'altra, e questo era il solo motivo per cui poteva avere la speranza di non avere camminato senza scopo da sempre. Per quanto nulla potesse davvero escludere che le parti crollate non potessero mutare nel tempo, senza che per questo dovesse mutare anche il resto. Così il dubbio di essere sempre allo stesso punto non lo abbandonava mai del tutto.
Quel giorno lei gli sorrisse, ma presto lui capì che si trovava dall'altra parte del ponte crollato.
Tra lui e lei non c'era ponte, e così lui non avrebbe mai potuto raggiungerla, nè lei lui. Guardò in basso, e quel vuoto apparente, tra i due lati del crollo, gli apparve pieno più di quanto gli fosse mai sembrato il ponte. Si trattava certo di chimere, indotte forse dalla troppa monotonia del ponte in cui viveva – come poteva essere pieno il vuoto? Ma lei sorrideva.
Un uomo lo raggiunse. Lo degnò solo di uno sguardo, e si gettò nel vuoto, sorridendo alla donna. Scomparve presto nel nulla, e allora lui si ritrasse inorridito, più dai suoi pensieri che da ciò che aveva visto. In effetti, cosa aveva visto? Non poteva essere sicuro che anche quello non fosse solo un sogno. Forse tutto il ponte era un sogno. Ma lei no, lei era lì, viva, e iniziò a cantare un canto melodioso e struggente, che le usciva dalle labbra senza che queste facessero un solo movimento.
Fu allora che lui ricordò. Era legato a un albero, quando aveva già sentito quel suono. I suoi compagni avevano le orecchie tappate, ma lui no, lui aveva voluto sentire. Rimase legato a quell'albero, nonostante volesse con tutte le sue forze sciogliere le corde e raggiungere il canto che lo convocava, con un amore profondo come il mare. Era rimasto legato, non perchè non potesse sciogliersi con la sua forza e con la sua astuzia – che ricordava erano, allora, ancora grandi e potenti. Perchè, dunque, non si liberò e perchè non si gettò nel mare?
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Haftarà Bereshith
ed egli diffonderà la giustizia tra le nazioni
Il tempo messianico diffonde. La giustizia è come acqua che si spande per rivoli, per canali, per vie impreviste. Come vento, che trasporta odori.
tra le nazioni
Non per alcuni. Chi dice che il Messia arriverà per liberare, e sta parlando solo di sé, o dei suoi amici, o della sua famiglia o anche di tutto il popolo ebraico o di qualunque altro gruppo particolare, sta inseguendo un idolo. Messia è colui il quale abbatte i muri. Il messianismo ebraico, per essere sé stesso, deve darsi come radice di redenzione per ogni colore e per tutte le lingue.
egli non griderà, non dovrà alzare la sua voce, e non la farà udire in piazza
La redenzione non deve essere imposta. S’intende forse che la redenzione arriverà senza lotta? No, s’intende che la lotta non va rivolta verso chi indugia. Non dovrà alzare la sua voce poiché è scritto Shemà, ascolta, e il comando sarà finalmente accolto. Da questo puoi riconoscere il carattere del messianico: si tratta di quel qualcosa che convince ascoltando.
Ma come può essere ascoltata la voce messianica, poiché è scritto: non la farà udire? Subito dopo, però, è scritto in piazza. Intendi che il messianico è quel qualcosa che accenderà i cuori, le menti e le forze – non il trascinarsi di una massa condotta dall’orare di un capo, ma il mutarsi del mondo per l’agire di ognuno.
Altra parola. Alla fine del film Il grande dittatore di Charlie Chaplin, il discorso del barbiere termina con un appello ad Anna a mantenere la speranza nella venuta messianica. Anna guarda verso l’alto, e sente il silenzio. Chaplin vuol dire che il messianico spezzerà il rullare del tamburo del potere, poiché è scritto: Il nome non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il nome non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il nome non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.
non spezzerà una canna incrinata e non spegnerà uno stoppino dalla debole fiamma
Secondo Rashi la canna incrinata si riferisce a chi è mansueto e lo stoppino dalla debole fiamma al povero. Intendi il mansueto come colui il quale preferirebbe restare nel quieto vivere, e il povero come colui il quale è privo dei mezzi per accelerare il darsi della redenzione.
Ma il messianico è dono di tempo – la canna potrà drizzarsi, e la fiamma crescere, com’è scritto: c’è un tempo per ogni cosa. E intendi, dunque, che ognuno, senza eccezione, ha diritto al tempo.
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Il Processo, I capitolo
Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina venne arrestato.
La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne.
Qualcuno
Chi?
Il principio è una domanda, ma è inespressa.
diffamato
Non commettere maldicenza, è scritto. Come si può parlare di maldicenza, se la colpa è stata tenuta segreta? La maldicenza è più grave se la colpa viene resa pubblica. Il diffamatore di Josef K. ha dunque commesso solo una lieve maldicenza.
Altra parola. Proprio il fatto che la colpa sia stata tenuta segreta si presenterà come il più grande ostacolo per la difesa. Intendi che ci sono maldicenze più gravi proprio perché non dicono.
Josef
Ci sono due Messia. Il primo sarà il ben Josef, e precederà la venuta del ben David.
Si narra che in ogni generazione si nasconda un possibile Messia, e s’intende il ben David. Ma ogni generazione nasconde anche il suo ben Josef.
Questi potrebbe essere figlio di Josef K. Il quale però non ha figli.
Figlio viene anche detto il discepolo.
senza che avesse fatto niente di male
Si sarebbe salvato, se avesse fatto qualcosa di male? C'è più merito in una trasgressione fatta con intenzione, che in un precetto compiuto senza intenzione, è scritto.
E se avesse fatto?
Poiché, se non aveva fatto niente di male, nulla dice però che avesse fatto qualcosa di bene.
Di sicuro si sa solo che non aveva fatto.
una mattina venne arrestato
Divenne un arrestato.
quella volta non venne
Si ferma il tempo omogeneo. Liberazione nella caduta? Era davvero un bene che ogni giorno, senza eccezione, senza variazione, venisse la cuoca con la colazione? Oppure potrebbe essere stata proprio questa la colpa? Egli ha dimenticato di rammemorare la potenza di ogni istante, e così si è rinchiuso in una corazza che, a ben vedere, ha la forma distinta delle sbarre di una cella. E ogni mattina è una colazione in camera.
Divenne un arrestato - poiché, quella volta, non venne.