Sunday, May 06, 2007


Per una politica culturale (2)


(prosegue da Per una politica culturale)


Lo studio della fenomenologia del tempo non esaurisce le sfere della ricerca sulle forme concrete del dominio e dello sfruttamento. Ma, se inteso nel senso ampio sopra indicato (il Capitale, la storia dei vinti, la ricerca sociale), può costituire un grimaldello critico utile a sviluppare anche altri settori di ricerca. La teoria dell’alienazione, il tema della relazione uomo-natura o l’analisi delle strutture patriarcali, ad esempio, potrebbero trarne stimoli significativi.

Una delle sfere di ricerca sul dominio, però, si presenta più di altre nella sua autonomia ineludibile. Le forme politico-statuali del dominio, e loro implementazione imperialistica, nel modo di produzione esistente, si manifestano come il regno della separatezza, e come tali devono essere studiate in prima battuta. Non è possibile comprendere la stretta, e conflittuale, relazione dialettica tra questa sfera del dominio ed i rapporti di produzione se la si riduce alla relazione stessa – e tanto più, ovviamente, se si interpreta la dialettica in termini necessitaristici. In linea generale, è sempre corretto studiare i momenti della dialettica nella loro particolarità, per poter comprendere il movimento negativo della dialettica stessa, che non è mai un immediato. Ciò è particolarmente vero in questo caso.

Per questo oggi urge l’elaborazione di una teoria integrata dell’imperialismo nel nostro tempo. Si deve ripartire con rigore dalla tradizione teorica esistente, il che vuol dire in primis dalla Luxemburg e da Lenin – ma anche da Gramsci, nella misura in cui la teoria deve essere in grado di leggere in chiave unitaria il fenomeno della politica borghese. Al contempo, è necessario il confronto col prosieguo dell’analisi critica dell’imperialismo e della politica borghese nel Novecento.

Soprattutto, però, è urgente lo studio delle concrete forme di tali fenomeni nel nostro tempo. Tra le molte rilevanti questioni aperte, il ruolo degli apparati militar-industriali, ed in particolare di quello statunitense, appare centrale. Una delle maggiori contraddizioni del nostro tempo è il concentramento quasi monopolistico della potenza militare (in senso ampio: le tre armi classiche e l’intelligence; il dato quantitativo di uomini, mezzi e capacità produttive impiegate; la dislocazione geografica; ed il livello tecnologico) negli Usa – che si verifica però in una fase di debole egemonia della borghesia Usa sulla popolazione statunitense, di progressiva sovraesposizione politico-militare in conflitti a-simmetrici e, soprattutto, di crisi dei monopoli anglo-sassoni nella concorrenza internazionale e di dipendenza strutturale dell’economia Usa dal debito estero. Tale contraddizione è il principale motore – motore, però, essenzialmente distruttivo – della politica mondiale dopo il 1989.

Infine, c’è un’altra grande sfera di ricerca che si propone con particolare urgenza e priorità. Quelle che si sono definite “le necessità soggettive (l’organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario)”.

Questa è senza dubbio in primo luogo la sfera del linguaggio, e dunque dei problemi logici della dialettica. Il problema della relazione tra il carattere linguistico ed auto-costituente del soggettivo con la necessità del suo radicamento in un dato tempo storico è particolarmente complesso per un soggetto rivoluzionario – per il quale il radicamento nel proprio tempo è un dato provvisorio, non il fine, che è invece il superamento conflittuale del presente verso un altro tempo. Si può usare per i rivoluzionari l'allegoria di migranti o di esuli che, pur operando nel paese dove vivono, non accettano mai del tutto l’integrazione.

Questo è il motivo per cui il problema dell’organizzazione è centrale. L’organizzazione è la forma in cui si determina il rapporto concreto tra discorso rivoluzionario e sfera del tempo storico. Una determinata forma organizzativa può contribuire a provocare tanto la separatezza che l'integrazione nell’esistente. Non si tratta di ricercare una via di mezzo – ma di immaginare, e soprattutto di praticare, forme di organizzazione che non assolutizzino nè l’immanenza né la trascendenza, ma abbiano una concezione del negativo come contraddizione possibile che si dà nel tempo. In questo tempo, contro questo tempo.

Ma oltre al problema della separatezza/integrazione c’è il problema della separatezza/identificazione delle sfere. Un’organizzazione del progetto rivoluzionario che annulli la distinzione tra le diverse sfere dell’agire per la trasformazione è altrettanto pericolosa quanto un’organizzazione che si limiti a registrare il dato dell’esistenza di sfere diverse.

Il politico, il sociale, il culturale, nelle loro sempre più plurali e complesse declinazioni, non sono mere articolazioni della divisione del lavoro, necessaria in qualunque organismo esecutivo efficiente – ma non sono neppure isole separate che, al massimo, si raccontano ogni tanto l’una all’altra. L’ampia riflessione, e le sperimentazioni pratiche, sul concetto dell’organizzazione a rete, implementate dallo sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione, non è per ora riuscita a risolvere il problema. La maggior parte delle reti hanno finito per tornare ad essere un unicum organizzativo, o più spesso per dissolversi in un mero spazio di comunicazione tra organizzazioni separate.
Una linea di ricerca troppo poco percorsa è il capire che cosa siano -dal punto di vista rivoluzionario- politico, sociale e culturale, e perché siano distinti ma non separati. Da questa linea di ricerca potrebbero forse scaturire nuovi elementi per il dibattito più specificamente organizzativo, che, in particolare, permettano di sperimentare le effettive potenzialità delle nuove tecnologie della comunicazione.

Ad esempio, in teoria oggi esistono le potenzialità tecniche per costruire un’organizzazione politica che possa raggiungere il più alto livello di azione comune (di centralismo, si sarebbe detto un tempo) insieme al più alto livello di partecipazione diretta di ciascun militante all’elaborazione e alla determinazione della linea politica, non solo sul piano strategico, ma anche rispetto alle principali scelte tattiche. Strategia e tattica, del resto, oggi più che mai sono sfere centrali per l’alternativa rivoluzionaria al capitalismo. Ma questa potenzialità tecnica, che non può comunque eliminare la scarsità di tempo disponibile di gran parte dei militanti in questa società, resterà tale fino a quando non sarà chiaro perché valga la pena dedicare del tempo alla elaborazione della linea di un soggetto politico.

Il problema di questo perché, del resto, non si risolve solo stabilendo distinzioni. Il politico, più ancora del sociale e del culturale, abbisogna di una sua specifica riflessione fondativa. In questa riflessione, il tema del programma è centrale. Un soggetto politico rivoluzionario organizzato, distinto ma non separato da sociale e culturale, è tale solo nella misura in cui riesce ad incarnare storicamente un programma.

Il programma è l’altra faccia della relazione tra linguistico e temporale, assieme, ed in stretta relazione, con l’organizzazione. Il programma non può essere un perfetto discorso autoreferente, né la descrizione di un esistente con qualche miglioria. Deve essere il ponte linguistico tra questo tempo ed il superamento del capitalismo. Il programma deve dunque nascere dal campo di possibilità storicamente determinate, ed essere insieme il prodotto delle capacità, conoscenze e volontà collettive del soggetto rivoluzionario. Solo se sarà queste due cose, del resto, potrà essere realmente una forza nell’esistente, di cui pure costituisce la negazione dialettica. In questo tempo, per un altro tempo.

L’elaborazione del programma, ed il suo divenire forza reale, abbisogneranno delle ricerche critiche sulle concrete forme del dominio e dello sfruttamento di cui si è parlato. Qui, dunque, può dirsi chiuso il cerchio dialettico di un progetto per le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria.

Monday, April 16, 2007


Per una politica culturale


L'obiettivo unificante dei diversi filoni di ricerca per una politica culturale dovrebbe essere il porre le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva rivoluzionaria, a partire a) dalle condizioni oggettive (lo studio delle forme date di dominio/sfruttamento, e delle potenze di rivoluzione storicamente determinate), e b) dalle necessità soggettive (l'organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario).


Tra a) e b) l'intreccio è costante, non solo nella realtà (non bisogna mai dimenticare che nel capitalismo, e oggi più che mai, è dominante il momento della scissione e della separatezza). L'unità dialettica tra oggettivo e soggettivo è però decisiva in un approccio teorico di trasformazione.


Per questo motivo, centrale è la relazione dialettica tra dimensione temporale e dimensione linguistica - il piano teorico di ricerca su cui organizzare la dialettica tra oggettivo e soggettivo, tra politico e sociale, ecc., e più in generale la ricostruzione di un metodo dialettico non necessitaristico.

Per prima viene perciò la ricerca sulla fenomenologia del tempo. Necessaria è la critica della concezione monistica del tempo, matrice teorico-culturale delle diverse forme di determinismo e di necessitarismo.


Determinismo e necessitarismo, che nella storia sono sempre stati strumento delle classi dominanti, hanno avuto una funzione politica, in fasi di grande arretratezza culturale dei soggetti oppressi, come inveramento dialettico della tradizionale concezione finalistica del tempo storico.


Ma, in seguito, la concezione della storia e del tempo del movimento operaio si è reificata, divenendo strumento politico dell'egemonia burocratica, socialdemocratica e staliniana - e, oggi, invariabilmente di tutte le prospettive politico-teoriche che giustificano o accettano l'esistente e la sua temporalità lineare, o la sua rappresentazione pseudo-ciclica. La classe dirigente non ha più magnifiche e progressive sorti da offrire. Sono restate le sorti - nel senso dell'inelluttabile impossibilità del cambiamento. Perchè la rivoluzione possa tornare ad essere una potenzialità soggettiva, è necessario che i soggetti potenzialmente rivoluzionari mettano la categoria del possibile al centro del loro agire sociale e politico. Non a caso la rinascita di un conflitto politico-sociale con il movimento alter-globalista ha subito assunto il tema del possibile come centrale. Ma ora è necessario che, dal piano etico-politico, il possibile diventi elemento pratico-politico, ovvero concreto nucleo programmatico e strategico di un nuovo movimento operaio.


La critica di una concezione monistica del tempo, però, non è solo una critica delle concezioni lineari e pseudo-cicliche. Anche le concezioni che accentuano a dismisura, sia sul piano gnoseologico che sul piano strategico, il ruolo del tempo non-lineare sono concezioni monistiche - e facilmente generano impianti concettuali deterministici, e la rinuncia alla pratica ed alla prospettiva rivoluzionaria.


Per questo è oggi necessario avviare una ricerca sulla fenomenologia del tempo che parta dal concetto della sua duplicità.


Questa ipotesi deve essere verificata non solo su di un piano categoriale, ma, in primo luogo, a partire da concrete ricerche storiche e sociali, che vanno intrecciate con un altro piano, che deve essere di confronto con la teoria marxiana del tempo nel modo di produzione capitalistico.


Il Capitale e la storia - potrebbe essere una sintesi efficacie delle linee di ricerca sulla fenomenologia del tempo. Ma come tutte le sintesi è impoverente, poichè, in realtà, i piani sono più complessi.


La storia, ad esempio, non deve essere solo storia del "passato". La ricerca sociale è altrettanto necessaria - a partire dal tema centrale della composizione contemporanea della classe e della riproduzione sociale del capitale. Qui la "storia del presente" entra in stretta relazione dialettica col piano di ricerca sul tempo nel Capitale.


D'altra parte, la storia può e deve essere storia sociale, ecc., ma ciò che oggi serve maggiormente è una storia "dei vinti". Su questo esiste un grande fraintendimento, che deve essere chiarito, a partire dal confronto critico con la teoria del tempo e della storia di Benjamin, e liberando la storia critica da un'assunzione immediatistica delle correnti storiografiche dominanti nel Novecento, che pure hanno realizzato innovazioni di metodo fondamentali rispetto alle storie evenemenenziali e positivistiche. La "storia dei vinti" non è solo storia sociale, e non tutta la storia sociale è storia dei vinti. Per essere vinti si deve aver voluto vincere. Questo elemento è di determinante importanza, poichè è la condizione di possibilità di un reale "incontro tra generazione", secondo la formula benjaminiana - e deve dunque essere criterio discriminante di metodo e di orientamento di ricerca per una storia critica dei vinti.


Su questo piano deve essere affrontato il problema della tradizione. Oggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, esiste una grande tradizione teorica dei vinti che vollero vincere (che non è semplicemente una tradizione degli oppressi - anche in altre epoche storiche gli oppressi avevano un loro tradizione culturale, cultura popolare, folklore, ecc., e su un piano più complesso di elaborazione alcune eresie religiose, ecc.; si deve dunque parlare di tradizione rivoluzionaria, naturalmente in senso ampio, che a sua volta torna a comprendere elementi popolari e di folklore, canzoni di lotta, ecc.). Questo fatto storico di rilievo enorme ha un'importanza centrale per la rifondazione di un pensiero rivoluzionario.


Devono perciò essere evitati i due rischi che sempre accompagnano l'esistenza di una tradizione: la tabula rasa e la scolastica. In quest'epoca proliferano maestri che pretendono di cancellare la lavagna, per scrivere la nuova grande teoria definitiva. Abituati a scrivere col gesso, che si cancella facilmente, addestrati al tempo psuedo-ciclico della società della spettacolo, non si rendono conto che "il lungo Novecento" inaugurato da Marx ha visto la nascita di una tradizione, filosofica, economica, letteraria, ecc., ovvero culturale in senso lato, la cui possibile permanenza nel tempo costituisce oggi la principale fonte di speranza per il futuro. Ma naturalmente deve essere evitato anche evitato l'altro rischio - la scolastica, l'ipse dixit, l'unilaterale esaltazione di un singolo autore, o anche di una singola corrente. Il che non vuol dire che tutte le vacche siano state nere. Vuol dire che nessuna lo è stata del tutto. Altrimenti il corso della storia sarebbe stato un altro, almeno in parte.


Oggi serve dunque un grande sforzo di ricostruzione critica, che dovrebbe svilupparsi in primo luoghi intorno a problemi teorici determinati, mettendo a confronto le elaborazioni diverse della tradizione. Una sorta di Talmud (l'immenso commentario ebraico della Torah, organizzato per temi attraverso il confronto di opinioni diverse) della tradizione rivoluzionaria, da scrivere collettivamente, nel tempo che sarà necessario.


Lo studio della tradizione specificamente teorica deve avere una sua autonomia. Ma non deve escludere la storia politica e sociale dei vinti che vollero vincere - che al contario è oggi più che mai necessaria. La rifondazione di una teoria rivoluzionaria deve imparare da tutti i suoi passati - e, nella misura in cui deve sapersi auto-trasformare, ha estremo bisogno di affrontare ciò che non è stato immediatamente teorico. I conflitti, le lotte, i movimenti, la storia delle organizzazioni dei soggetti oppressi devono oggi essere riletti a fondo. Non per gusto di erudizione. Leggere il passato è un'arma per scrivere il futuro.
(continua in Per una politica culturale - 2)

Sunday, January 14, 2007

Indice 2006

Teoria

Bisogno di teoria
Sul concetto di filosofia di M. Horkheimer
Il Portatore di Verità

Linguaggio

Il Testo Perfetto
Delle metafore di F. Kafka
Scrittura negativa di Th. W. Adorno

Storia

1968
Adorno sulle Tesi sul concetto di storia

Tempo

Minima temporalia (1) di Th. W. Adorno
Tempo critico
Minima temporalia (2) di Th. W. Adorno
Tempo e potere di Lenin
Tempo libero di E. Mandel
Crisi croniche

Imperialismo

Cambiamenti nell'intelligence Usa
Dinamiche imperiali

Politica

Katrina, prisma d'America
Elezioni di H. Marcuse
"Spontaneità", e classe
Il nuovo avvocato di F. Kafka
Negazione e volontà di A. Gramsci
Su Sun Tzu

Rivoluzione

Per un'altro tempo, in questo tempo. Appunti sul partito
Spezzare l'omogeneo di D. Bensaid

Wednesday, December 27, 2006

Su Sun Tzu


La tradizione rivoluzionaria ha sempre coltivato un costante confronto con le dottrine strategiche delle classi dirigenti. Il motivo è semplice da ravvisare, da un punto di vita coerentemente anticapitalista - quella tra le classi è una guerra, più o meno "fredda" o "calda", a seconda delle fasi e dei paesi.
Dunque il livello strategico non può mai essere assente nella costruzione di un progetto rivoluzionario. Restando consapevoli dei rapporti di forza, ma anche altrettanto consapevoli che il mondo non cambierà solo per persuasione.
Oggi sempre più, nelle accademie militari e nei centri studio geopolitici occidentali, sta salendo la stella di un pensatore cinese del VI-V sec. a.c, Sun Tzu, autore presuntivo de L'arte della guerra1.
Studiosi del pensiero orientale, in verità, invitano alla cautela, riguardo all'utilizzo occidentale di Sun Tzu, che andrebbe letto all'interno del paradigma categoriale che gli è proprio, tenendo conto, ad esempio, di influssi filoofico-religiosi cinesi, difficilmente traducibili nel lessico strategico euro-americano.
Dopodichè, è indiscutibile che Sun Tzu costituisca una delle più stimolanti ipotesi di "agire strategico", per utilizzare la terminologia habermasiana.
Un'ipotesi, peraltro, in netta alternativa al pensiero strategico dominante, non solo in campo militare, negli ultimi due secoli in Europa e negli Stati Uniti - ben esemplificato dalle teorie di von Clausewitze.
Sebbene esistano senza dubbio dei punti di contatto tra le dottrine della guerra di movimento ed il pensiero di Sun Tzu, se non altro in confonto con le strategie classiche di guerra di logoramento, la dottrina strategica dominante in occidente da Napoleone in poi si fonda sul concetto di concentramento delle forze per l'attacco decisivo, che Sun Tzu rifiuta.
Sun Tzu propone una visione, alternativa, basata sulla centralità degli attacchi laterali, sul ruolo dell'intelligence, delle comunicazioni e delle informazioni, vere e false. Indebolire duramente l'avversario, anche moralmente, prima di dare il colpo decisivo.
Non a caso, nel Novecento, Sun Tzu ha ispirato movimenti rivoluzionari e di guerriglia, in particolare in tutto l'Estremo Oriente.
Ma, per restare all'altra classe, già la Seconda Guerra Mondiale aveva trovato nella strategia britannica fino allo sbarco in Normandia, fondata su attacchi laterali, logoramento attivo, inganni e finte, e sul ruolo decisivo e strategico dello spionaggio, una significativa applicazione concreta di concetti di fatto vicini al pensiero di Sun Tzu. Una strategia molto diversa, quella inglese, da quelle contemporaneamente adottate da Stati Uniti, Unione Sovietica e Reich nazista, espressione della netta inferiorità britannica iniziale, ma anche di una specifica tradizione inglese. Una strategia mai più ripresa in seguito da grandi potenze imperialistiche (gli Usa, imitati da tutti gli altri, hanno sempre privilegiato la superiorità quantitativa, di uomini, e soprattutto di mezzi).
Ciò che si può rimproverare all'autore de "L'arte della guerra" (perlomeno, dal punto di vista delle categorie di un lettore occidentale) è di condividere con gli analisti del Pentagono una certa illusione -si potrebbe dire "illuministica"- sul controllo razionale delle variabili.
Il grande ruolo che Sun Tzu attribuisce alla previsione degli avvenimenti, pur contrastando giustamente concezioni che privilegiano il dato quantitativo e la semplice rapidità di esecuzione del piano, resta comunque su un terreno che può rivelarsi ingannevole. Non a casa quest'aspetto ordinato, pianificatore, affascina molto gli intellettuali organici all'apparato militar-industriale Usa, ma non sembra la parte più stimolante de "L'arte della guerra" - libro che, viceversa, sembra oggi scritto per chi in un conflitto parte "vinto", ma non si è per questo arreso a perdere.
In ogni caso, su un piano più generale, da un punto di vista rivoluzionario, lo studio critico di Sun Tzu può essere molto utile per evitare una contrapposizione schematica tra "movimento" e "logoramento/posizione", e per tornare ad approfondire seriamente il livello strategico della lotta di classe.

1: Crf. L'arte della guerra, edizione integrale in italiano

Immagine: fermata della metropolitana di Shangai

Tuesday, November 28, 2006

Dinamiche imperiali


1. Le elezioni di medio termine dello scorso 7 novembre, con la netta sconfitta del partito di Bush, hanno segnato un fatto politico significativo negli Stati Uniti, che non va nè sottovalutato, nè sopravvalutato, ma analizzato rigorosamente, in particolare in funzione delle possibili conseguenze.
Nelle elezioni di medio termine negli Usa la sconfitta del partito che controlla la Casa Bianca è considerata la norma. Ma, in questo caso: a) il partito repubblicano aveva vinto tutte le elezioni dal 1994, eccetto le presidenziali del 1996. b) nel 2002, il primo medio termine dell'era Bush, i repubblicani avevano nettamente infranto la tradizione, ottenendo un'ampia vittoria, che costituì il presupposto di consenso all'attacco all'Irak pochi mesi dopo. c) questo medio termine è stato caricato di un particolare significato politico di giudizio sull'operato dell'Amministrazione sull'economia e la guerra (anche se hanno contato molto anche altri elementi, gli scandali in primo luogo). d) il cambio di maggioranza contemporaneamente in entrambe le Camere, per il meccanismo istituzionale Usa, è abbastanza raro.
D'altra parte, non si deve commettere l'errore di sopravvalutare le conseguenze del risultato – questa interpretazione erronea è molto diffusa tra gli osservatori della sinistra liberale europea. Ma si devono considerare diversi elementi: a) l'affluenza è stata molto bassa (circa il 40% contro il 60% del 2004) – il che, oltre a confermare la consueta estraneità di settori larghissimi della società americana (in particolare tra i lavoratori più poveri e le minoranze) nei confronti del processo elettorale, segnala anche che la composizione del corpo elettorale che tra due anni eleggerà il successore di Bush sarà probabilmente molto diversa. Ad esempio, è possibile che non si confermi il dato di scarsa partecipazione degli evangelici conservatori, decisivi nel 2004 per la vittoria repubblicana, ma stavolta delusi dagli scandali e in generale poco portati ad una partecipazione costante alla politica. b) il margine assoluto e quello percentuale di molte vittorie dei democratici è stato ristrettissimo (spesso sotto il punto percentuale, con poche migliaia di voti di scarto - anche nel caso di seggi del Senato, ovvero in collegi delle dimensioni di un paese europeo).
2. Collocato nelle sue giuste dimensioni, il voto del 7 novembre va letto in primo luogo come l'apertura di una nuova fase nei rapporti tra i diversi gruppi che compongono la classe dirigente Usa. Ora i democratici controllano i vertici della Camera e del Senato – che, in un sistema di rigida separazione tra esecutivo e legislativo, godono di una propria soggettività autonoma nei confronti della Presidenza e degli organismi dell'Amministrazione. Questo vuol dire che, al di là di scontri anche duri su singoli temi, nei prossimi due anni di fatto repubblicani e democratici governeranno insieme gli Stati Uniti. Avvenne così anche durante le fasi più acute di conflittualità tra Presidenza e Congresso durante gli anni Novanta. Giorno per giorno, commissione per commissione, per far funzionare il sistema i due partiti dovranno fare e faranno compromessi su tutti i temi – appoggiandosi alla retorica bipartisan, e alla sempre forte disponibilità dei politici Usa a far riferimento più alle lobbies che li finanziano che al partito cui appartengono. Già il gruppo democratico della Camera del resto ha dato un chiaro segnale in questo senso, bocciando la candidatura a capogruppo di un deputato considerato troppo ostile alla politica estera di Bush.
Una sorta di Grande Coalizione - bisognerà vedere quanto conflittuale - sarà dunque alla guida degli Stati Uniti almeno fino al 2008.
3. Questo è il quadro in cui si apre la campagna per la successione a Bush. Il prossimo anno sarà decisivo per determinare i rapporti di forza di partenza tra i candidati all'interno di entrambi i partiti, considerato che le primarie vere e proprie inizieranno nel febbraio del 2008.
Nel partito democratico, la direzione centrista costruita da Clinton si prepara a ribadire la sua leadership sul partito. La cosiddetta "sinistra" democratica ha già dimostrato la sua estrema debolezza nel 2004. I settori più radicali e conflittuali della società americana (movimenti pacifisti, ambientalisti e dei diritti civili, lavoratori sindacalizzati, movimento femminista e lesbo-gay, studenti, minoranze) sono sempre più esterni alla dinamica interna del partito democratico. Questo avviene essenzialmente per due motivi: a) la direzione centrista ha messo ai margini dell'organizzazione del partito i settori anche solo socialmente anti-liberisti (sindacati, minoranze) – un processo presto imitato in Europa prima dai laburisti britannici e poi da tutte le forze post-socialdemocratiche e post-staliniste. b) i movimenti antiliberisti Usa mantengono singolarmente e nel loro insieme un rapporto molto problematico con la sfera politica - l'approccio prevalente non va oltre la pressione lobbistica su singoli temi. Dunque, anche nel caso in cui per qualche motivo Hillary Clinton, moglie dell'ex presidente, trovi degli avversari significativi nelle primarie (girano i nomi di governatori, ex-governatori, e del senatore Obama in particolare), si tratterà comunque di candidati centristi, ovvero, tradotto analiticamente, social-liberisti sull'economia, conservatori sui diritti civili, favorevoli ad una strategia imperialista maggiormente concertata con Francia e Germania in politica estera.
Nel partito repubblicano, la partita è più complessa, e più aperta. Le candidature che si defineranno nelle prossime settimane si dovranno comunque collocare su questi tre possibili scenari: a) la direzione del partito, che in questi anni ha coinciso in sostanza con Bush e con il suo staff, potrebbe riuscire a far prevalere una candidatura politica che tenga unite le diverse componenti della coalizione dei conservatorismi (conservatori religiosi, neoconservatori, conservatori liberisti tradizionali, conservatori moderati e repubblicani liberal), ovvero ricostruisca un'espressione politica forte dell'egemonia sociale e culturale dei conservatorismi. b) potrebbe prevalere una candidatura che produce nei fatti una rottura o che è comunque percepita come espressione solo di una parte dei conservatorismi, probabilmente sull'asse dei conservatori religiosi contro gli altri. I conservatori religiosi sono la singola componente più radicata del partito, ma sono anche la più eterogenea, diffidente sulla politica estera e sulla politica economica repubblicana - il "fronte unico" politico tiene sostanzialmente sui temi etici, dall'aborto alle unioni gay, ma dopo gli scandali finanziari e sessuali che hanno coinvolti importanti esponenti repubblicani, anche su questo elemento c'è tensione. I conservatori religiosi, peraltro, sono anche molto diffidenti riguardo alla Grande Coalizione washingtoniana che si sta profilando. c) potrebbe prevalere una candidatura outsider, ovvero che non è espressione organica di nessuna delle componenti del partito, e si caratterizza per un profilo personale potenzialmente efficace tra gli elettori indipendenti (il senatore dell'Arizona John McCain, sconfitto da Bush nelle primarie del 2000, ha queste caratteristiche). In ogni caso, se la candidatura non sarà sentita come propria da tutta la coalizione che costituisce il partito repubblicano, e in particolare dai religiosi, la sconfitta repubblicana è probabile. Nel caso in cui si ricostruisca l'unità politica dei conservatorismi, l'esito delle elezioni presidenziali del 2008 è del tutto aperto.
4. Il quadro internazionale con cui dovranno fare i conti il Congresso democratico e l'ultimo biennio di Presidenza Bush è molto complesso, e colloca l'iniziativa imperialistica Usa ed il progetto imperiale in un quadro geopolitico di grossa difficoltà. Questo sarà il terreno decisivo del rapporto tra repubblicani e democratici - perchè questo è oggi il terreno decisivo per la classe dirigente Usa. I neoconservatori hanno subito grosse sconfitte, prima e dopo le elezioni, in particolare con la sostituzione dell'alleato Rumsfeld al Pentagono. Ma il paradosso è che il neoconservatorismo, nel senso specifico di teoria del ruolo imperiale globale degli Stati Uniti, non solo non è sconfitto, ma resta l'unica strategia in campo per entrambi i partiti. L'ideologia e la pratica imperiali, che hanno le loro antiche radici nel mondo anglosassone nell'ideologia e nelle strategie del vecchio Impero Britannico (un tempo impopolare negli Usa, che erano stati una colonia inglese, oggi la vicenda imperialistica britannica è oggetto di intensi studi nei think tank neoconsevatori), propone un modello inedito di relazioni internazionali tra gli Stati capitalistici, fondato sull'immenso apparato militar-industriale e spionistico statunitense e sull'egemonia culturale, più che su di una superiorità economica sempre più contrastata. Viceversa, proprio la crisi economica e le difficoltà dei capitali Usa, sembrano il movente principale della strategia imperiale - che non caso inizia a svilupparsi negli anni Settanta, agli inizi dell'onda lunga recessiva da cui il capitalismo non è ancora uscito.
La sinistra liberale europea, nella sua pubblicistica, cerca di identificare la strategia imperiale con l''unilateralismo. In realtà l'unilateralismo e il multilateralismo (o, per meglio dire, l'alleanza con Francia e Germania, che di questo si tratta nei fatti negli Usa quando si parla di multilateralismo, e si pensa concretamente al Kosovo) sono solo declinazioni diverse della stessa strategia generale. Oggi è probabile che un temperato multilateralismo sia la strategia prevalente per la Grande Coalizione che governerà fino al 2008 - del resto anche in Europa (Germania, Olanda) stanno prendendo piede formule politiche di coalizione nazionale della borghesia ben disposte a rilanciare l'alleanza inter-imperialistica con gli Stati Uniti.
Ma la politica estera degli Usa si trova di fronte a molti gravi nodi irrisolti - che rendono instabile l'egemonia globale, e precario il progetto imperiale. I principali: a) l'occupazione dell'Irak, e quella dell'Afghanistan, che non sono ancora catastrofi militari, ma potrebbe diventarlo, e sono già rilevanti sconfitte politiche. b) il quadro d'insieme del Medio Oriente, in cui le forze regionali anti-americane non sono state affatto intimorite o indebolite, al contrario, dagli esiti della guerre scatenate dal 2001 ad oggi. c) la situazione di tutta l'America centrale e meridionale, considerata dopo il crollo dell'Unione sovietica uno scenario geopolitico minore, dove il contesto politico per l'imperialismo statunitense è diventato in pochi anni difficilissimo. d) i rapporti complessi e problematici con Cina e Russia. In particolare, se da molto tempo la strategia Usa è orientata quasi interamente a contenere, accerchiare ed indebolire la Cina (e bisogna dire che la Cina ha fatto ben poco per impedirlo, dimostrando forse una debolezza politica molto maggiore di quello che credono gli osservatori americani ed europei, imbevuti dal mito del "pericolo giallo"), sta emergendo nei circoli dirigenti Usa il dubbio di aver gravemente sottovalutato la Russia. La restaurazione capitalistica, il quadro autoritario semi-dittatoriale ricostruito da Putin, e un apparato militare e di intelligence che resta sempre il più potente del mondo dopo quello Usa, costituiscono una miscela dalle conseguenze difficili da prevedere.
In tutti gli scenari, dunque, l'imperialismo Usa, sebbene sia di gran lunga il più forte del mondo, si trova ad avere meno forze del necessario.
5. L'analisi dello spazio politico, sociale e culturale anticapitalistico meriterebbe una trattazione lunga e specifica. Qui si possono indicare alcuni elementi centrali: a) questi sono stati gli anni, da Seattle a oggi, della rinascita di uno spazio sociale e culturale anticapitalistico negli Usa, dopo due decenni di grande crisi. b) il movimento contro la guerra è un movimento di massa, molto radicato socialmente, con grandi capacità di mobilitazione, ed è un laboratorio in cui sta crescendo una nuova generazione di attivisti. c) negli ultimi mesi grandi lotte (i migranti ispanici, i lavoratori dei trasporti della megalopoli newyorchese) hanno rimesso fortemente in agenda la questione sociale, e di classe, mentre la rottura nel sindacato ha creato una fibrillazione dagli esiti non scontati. d) la rinascita di uno spazio sociale e culturale anticapitalistico non vuol dire affatto, per ora, che questo spazio si trasferisca sul piano politico.
Quest'ultimo punto è decisivo. Nei prossimi anni questa sarà la sfida strategica. O lo spazio anticapitalistico americano si darà un'espressione politica, oppure le sconfitte continueranno, e la dispersione sarà inevitabile. La debolezza della "sinistra" democratica rende sempre più evidente -anche a chi è solo socialmente anticapitalista- che la strategia della pressione esterna sulla politica è del tutto inefficace. Ma, nonostante questo, molti sperano ancora di poter influire attraverso le primarie.
D'altra parte, la tendenza della spazio politico bipartitico a non essere più in alcun modo in grado di rispondere neppure a semplici bisogni, interessi o idealità non omogenee al liberismo, è resa evidente in queste elezioni da risultati come quelli del Connecticut e del Vermont.
In Connecticut, il senatore "falco" democratico Lieberman è stato effettivamente sconfitto nelle primarie dello Stato da un candidato pacifista. Si è candidato comunque, da indipendente, ed è stato rieletto col 50%, contro il 40% del democratico pacifista ed il 10% del repubblicano.
In Vermont, invece, è stato eletto senatore un candidato indipendente che si auto-dichiara "socialista" (sebbene in effetti sia un riformista radicale, e i democratici del suo Stato abbiano fatto desistenza sulla sua candidatura).
A Washington, questi due voti decisamente anomali sono decisivi per la maggioranza democratica al Senato, che è di 51 voti a 49 (se, ad esempio, Lieberman si spostasse coi repubblicani -come ha già minacciato di fare in caso di una pressione eccessiva su Bush per il ritiro dall'Irak- con 50 voti a 50 la maggioranza, e con essa il controllo di tutte le potenti commissioni senatoriali, tornerebbe ai repubblicani, dato che il Vice-Presidente è presidente del Senato e vota in caso di parità. Si può dunque essere certi che al Senato in particolare la conflittualità tra democratici e repubblicani sarà ai minimi possibili).
Sebbene sia Connecticut che Vermont vadano studiati nella loro specificità locale, entrambi sono indicativi delle forti tensioni che stanno mettendo in discussione il bipartitismo Usa. Su questo terreno si pone la sfida per la rifondazione politica dell'anticapitalismo negli Stati Uniti – che non si risolve sul piano elettorale, ma non può prescindere dal rapporto o dallo scontro col sistema bipartitico. Il percorso verso le elezioni del 2008 (senza lo spettro dell'antibuschismo del 2004 e con una maturità molto maggiore del 2000) saranno un banco di prova importante. Decisivo sarà il ruolo delle organizzazioni dei militanti rivoluzionari che, per quanto piccole numericamente, sono molto attive socialmente, soprattutto nel movimento contro la guerra. Naturalmente, è necessario costruire coalizioni politiche più larghe, di cui i settori organizzati rivoluzionari devono cercare di essere promotori determinati, essendo in effetti il settore dell'anticapitalismo che comprende più chiaramente il ruolo della sfera politica.
Soprattutto, molto potrebbe contare l'effetto contagio dell'America latina - più che mai in passato, nella storia del continente americano. Del resto, già lo zapatismo aveva anticipato ed influenzato la nascita del movimento antiglobalizzazione Usa. Oggi, peraltro, i lavoratori statunitensi di lingua spagnola sono una marea immensa, ed in costante e quasi inarrestabile crescita.
La classe dirigente statunitense inizia esplicitamente ad aver paura (pur tra i fumi dell'arroganza imperiale) di tutto quello che, assieme ai lavoratori disperati che essa stessa richiama, può attraversare il Rio Grande e contagiare gli sfruttati nordamericani, i quali hanno già, e sempre di più, il dubbio che le cose, così, non possono andare avanti.
Se avessero anche l'idea che la rottura di sistema è possibile, e che per questo serve la politica – il problema, per gli aspiranti imperatori del mondo, diverrebbe molto serio.
Immagine: C. Chaplin in Il grande dittatore, 1940

Monday, October 23, 2006

Indice agosto-ottobre

1. Sul concetto di filosofia di M. Horkheimer
2. Spezzare l'omogeneo di D. Bensaid
3. Tempo libero di E. Mandel
4. Crisi croniche
5. Il Portatore di Verità

Indice aprile-maggio

Indice marzo-aprile

Spettri di tempo

Saturday, October 14, 2006

Il Portatore di Verità


A Olly
Molti anni fa ebbi la fortuna di incontrare un Portatore di Verità.
Parlo di fortuna perché, in effetti, quella sera avevo litigato con tutti i miei amici, mi ero lasciato con la mia ragazza, ed ero andato a vivere in una città in cui non conoscevo nessuno. Peraltro, ero orfano e, poche ore prima, un medico mi aveva diagnosticato una rara malattia, per la quale avrei perso l’uso della gamba destra se non fossi stato ad ascoltare qualcuno per diverse ore consecutive.
Fui doppiamente fortunato, in effetti, poiché, quella sera, il Portatore di Verità non era in vena di spiegarmi la Verità. Non gli capitava spesso, mi spiegò. Anche lui non doveva aver avuto una buona giornata.
Mi parlò, invece, della sua vita. Fin da giovanissimo, aveva iniziato a portare ovunque la Verità. A nove anni chiese ai suoi genitori se conoscevano davvero la Verità. Mi confessò che i suoi rimasero perplessi e che, addirittura, per qualche tempo, discussero se farlo visitare da uno specialista. Ma, per fortuna, era una famiglia benestante. Così poterono mandarlo a studiare in un collegio all’estero.
In collegio, il Portatore si trovò benissimo. Quel luogo lo affascinava – tutti, là, sembravano essere Portatori di Verità. Il Portatore pose ad ognuno la domanda che tanto aveva scandalizzato i suoi genitori. Ricevette, ogni volta, salde risposte affermative. Vi furono solo due eccezioni. Un professore di filosofia (materia che il Portatore amava sommamente) gli diede una strana risposta: “Io non conosco la Verità. Ma, soprattutto, non desidero conoscerla.” Il Portatore mi confessò di non aver mai capito quella risposta. L’altra eccezione fu un bidello che, allo scoccare della domanda, se lo squadrò bene, e gli tiro giù uno sganassone che lo fece volare per qualche metro. Poi gli ingiunse di portare rispetto alla gente. Ma furono casi isolati e, nell’insieme, il Portatore era nel suo ambiente.
Fu dunque con sommo dispiacere che, terminato il corso degli studi, il Portatore dovette lasciare il collegio. Era talmente disperato, mi disse, che due bidelli (tra cui quello dello sganassone) dovettero buttarlo fuori a forza.
Solo, nel mondo degli ignoranti, provò un istante di autentico sgomento. Ma, in verità, fu solo un istante. Comprese subito che aveva una missione. Fu allora che iniziò a fermare chiunque gli capitasse a tiro. Passanti, automobilisti, ciclisti, piloti di elicotteri, astronauti – nessuno fu al riparo. A ciascuno, con pazienza, il Portatore portò la Verità.
In molti casi finì male. Alcuni, mossi a pietà, chiamarono l’ospedale. Altri, maggiormente imbevuti della cattiveria della vita, gliele diedero di santa ragione. Comunque sia, si trattasse del pronto soccorso o del reparto psichiatria, la storia finiva quasi sempre all’ospedale. Ed il Portatore era felice. Amava gli ospedali come aveva amato il collegio – anche se non sapeva bene spiegarsi il perché. Ma, in verità, gli ospedali non amavano il Portatore. Molti infermieri lo dovettero sbattere fuori come un tempo i due bidelli, e, ben presto, si sparse la voce tra i diversi ospedali della città. Nessuno, poi, volle più ricoverarlo, dopo che un chirurgo, durante una delicata operazione, aveva ucciso un paziente al risuonare in sala operatoria del fatidico “Tu conosci davvero la Verità?”. La causa penale per quell’operazione è ancora in fase istruttoria, mi disse il Portatore con orgoglio – e credo che pregustasse il momento in cui avrebbe conosciuto dei magistrati i quali, ne era certo, erano gente della sua razza.
Comunque, il fatto che tutti gli ospedali della città si rifiutassero di ricoverarlo costrinse il Portatore a cambiare residenza. Ma il problema si presentò identico nella nuova città – dopo poco, di nuovo gli ospedali fecero cartello per non ricoverarlo. Di nuovo, dunque, dovette trasferirsi. Iniziò così la sua vita errabonda, di città in città, sempre pronto a spiegare la Verità a chi lo avesse ascoltato – o a chi, imbottigliato nel traffico o bloccato in un ascensore, non avesse avuto altra scelta.
Negli anni, comunque, qualcuno gli rispose – soprattutto tra quelli bloccati in ascensore. Nessuno condivise la Verità. Molti la misero apertamente in discussione. Altri ne criticarono alcuni aspetti. Alcuni, pochi, dubitarono solo di qualche particolare. Il Portatore non si scomponeva. A ciascuno rispiegava tutto da capo. Con la tranquillità e la tolleranza di chi sa di sapere. Rispiegava tutto dall’inizio anche a chi aveva contestato solo un particolare minimo della Verità. Ma, del resto, neppure le migliori, le più determinate, le meglio argomentate obiezioni lo scuotevano – sapeva di essere il Portatore, e che la Verità era su di lui. Anche in ascensore, naturalmente, molti finirono per alzare le mani.
Poi, un giorno, incontrò una vecchina che viveva da anni all’angolo di una strada. Le chiese subito se credeva di conoscere la Verità. La vecchia lo guardò con occhi compassionevoli, e gli rispose: “Certo, la conosco molto bene. Abita qui vicino. Se vuoi, ti ci posso portare.”
Il Portatore, per la prima volta nella sua vita, mi disse, fu senza parole. In effetti, a contrariarlo non era l’idea che la vecchina dicesse di conoscere la Verità – anzi, quella era la sua risposta preferita. Ma, davvero, non concepiva l’idea che la Verità potesse abitare in un posto diverso dalle sue spalle. Era il Portatore, lui. Ben presto, comunque, si convinse a seguire la vecchia donna. Attraversarono un paio di strade strette, raggiunsero una casa, vi entrarono. Nella casa si apriva un grande salone spoglio, al centro del salone era posta un’alta poltrona. Sulla poltrona sedeva una donna bellissima, lunghi capelli biondi, profondi occhi verdi, lineamenti fini, ed un corpo sottile e sinuoso. La vecchia fece appena in tempo a sussurrare: “E’ lei”, per poi sparire nel nulla.
Il Portatore non ebbe un istante di esitazione. Chiese subito: “Tu, donna, conosci la Verità?” La donna lo guardò, gli sorrise, e gli rispose: “Mio caro, io sono la Verità”. Il Portatore riflettè per un istante. In questo caso, ad inquietarlo non era l’ipotesi di essere davvero al cospetto della Verità – la cosa gli sarebbe parsa più che normale. Il fatto era che non credeva davvero che la Verità potesse essere una donna. Aveva sempre trovato una bizzarria che la parola in italiano fosse un sostantivo femminile. Non aveva niente contro le donne, sia chiaro, e rispettava in pieno le loro lotte e i loro diritti. Ma, insomma, la Verità era una cosa seria.
“Se tu fossi davvero la Verità, perché non sei con me, che sono il Portatore?”, le chiese. La Verità sembrò perplessa. “Non so. Io so solo di essere la Verità.” “Allora, tu, in verità, non conosci la Verità.” La donna aggrottò la fronte. “Non capisco davvero cosa dici. Ti ho detto: io sono la Verità. Tu dici di essere il Portatore. Dunque dovresti rispettare la Verità. Eppure vieni qui come se tu dovessi insegnarmi qualcosa.”
Il Portatore era davvero tentato di spiegarle la Verità. Ma se poi fosse stata davvero lei, la Verità? In pochi attimi, prese la sua decisione. Afferrò una sedia, vi si sedette, ed iniziò a spiegare la Verità alla Verità. La donna, rassegnata, lo ascoltò per un poco. Poi gli sorrise, e lui capì che voleva fare l’amore. Lei lo condusse in una stanza da letto, che era solo un grande letto circondato da quattro mura. Fecero l’amore tutta la notte. In una pausa, lei gli parlò di un professore di filosofia che a lui sembrava di conoscere. Ma il Portatore mi disse che i ricordi di quella notte non erano molto chiari nella sua mente.
La mattina si svegliò indolenzito, con indosso solo le mutande, al bordo di un marciapiede. Era stato derubato di tutto. Quando si recò alla polizia, gli risero in faccia – a quanto pareva, la donna bionda e la vecchina erano famose in città, e nessuno cascava più nel loro trucco. Gli dissero anche che era inutile sporgere denuncia, poiché, evidentemente soddisfatte da quest’ultimo colpo, le due donne erano sparite dalla circolazione.
Terminato il racconto, il Portatore mi sembrò malinconico, addirittura triste. Poi si scosse, e, naturalmente, mi insegnò la morale della storia. "Questo mondo è cattivo. Credevo fosse diverso.” affermò, con un tono strano nella voce.
Devo dire che mi parve, per la prima ed unica volta, che avesse dei dubbi, sulla Verità, o su se stesso, non so. “D’ora in poi starò insieme solo ed unicamente a chi è come me. A chi è uguale a me.” Si congedò, frettolosamente – del resto, credo che non sapesse neppure il mio nome, né io il suo. Lo vidi dirigersi, a passo spedito, verso il Centro Nazionale di Reclutamento Portatori di Verità, che era situato in mezzo alla piazza.
Io ero stanco, tramortito. Quella che ho trascritto qui è solo una breve sintesi del lunghissimo, ininterrotto racconto del Portatore. Si era fatta l’alba, e faceva molto freddo. Pensai che dovevo chiamare la mia ragazza, cercare di fare pace.
Se non altro, però, la gamba destra era salva.
Immagine: Hans Sfiligoi, Solitudine