
Per una politica culturale (2)
(prosegue da Per una politica culturale)
Lo studio della fenomenologia del tempo non esaurisce le sfere della ricerca sulle forme concrete del dominio e dello sfruttamento. Ma, se inteso nel senso ampio sopra indicato (il Capitale, la storia dei vinti, la ricerca sociale), può costituire un grimaldello critico utile a sviluppare anche altri settori di ricerca. La teoria dell’alienazione, il tema della relazione uomo-natura o l’analisi delle strutture patriarcali, ad esempio, potrebbero trarne stimoli significativi.
Una delle sfere di ricerca sul dominio, però, si presenta più di altre nella sua autonomia ineludibile. Le forme politico-statuali del dominio, e loro implementazione imperialistica, nel modo di produzione esistente, si manifestano come il regno della separatezza, e come tali devono essere studiate in prima battuta. Non è possibile comprendere la stretta, e conflittuale, relazione dialettica tra questa sfera del dominio ed i rapporti di produzione se la si riduce alla relazione stessa – e tanto più, ovviamente, se si interpreta la dialettica in termini necessitaristici. In linea generale, è sempre corretto studiare i momenti della dialettica nella loro particolarità, per poter comprendere il movimento negativo della dialettica stessa, che non è mai un immediato. Ciò è particolarmente vero in questo caso.
Per questo oggi urge l’elaborazione di una teoria integrata dell’imperialismo nel nostro tempo. Si deve ripartire con rigore dalla tradizione teorica esistente, il che vuol dire in primis dalla Luxemburg e da Lenin – ma anche da Gramsci, nella misura in cui la teoria deve essere in grado di leggere in chiave unitaria il fenomeno della politica borghese. Al contempo, è necessario il confronto col prosieguo dell’analisi critica dell’imperialismo e della politica borghese nel Novecento.
Soprattutto, però, è urgente lo studio delle concrete forme di tali fenomeni nel nostro tempo. Tra le molte rilevanti questioni aperte, il ruolo degli apparati militar-industriali, ed in particolare di quello statunitense, appare centrale. Una delle maggiori contraddizioni del nostro tempo è il concentramento quasi monopolistico della potenza militare (in senso ampio: le tre armi classiche e l’intelligence; il dato quantitativo di uomini, mezzi e capacità produttive impiegate; la dislocazione geografica; ed il livello tecnologico) negli Usa – che si verifica però in una fase di debole egemonia della borghesia Usa sulla popolazione statunitense, di progressiva sovraesposizione politico-militare in conflitti a-simmetrici e, soprattutto, di crisi dei monopoli anglo-sassoni nella concorrenza internazionale e di dipendenza strutturale dell’economia Usa dal debito estero. Tale contraddizione è il principale motore – motore, però, essenzialmente distruttivo – della politica mondiale dopo il 1989.
Infine, c’è un’altra grande sfera di ricerca che si propone con particolare urgenza e priorità. Quelle che si sono definite “le necessità soggettive (l’organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario)”.
Questa è senza dubbio in primo luogo la sfera del linguaggio, e dunque dei problemi logici della dialettica. Il problema della relazione tra il carattere linguistico ed auto-costituente del soggettivo con la necessità del suo radicamento in un dato tempo storico è particolarmente complesso per un soggetto rivoluzionario – per il quale il radicamento nel proprio tempo è un dato provvisorio, non il fine, che è invece il superamento conflittuale del presente verso un altro tempo. Si può usare per i rivoluzionari l'allegoria di migranti o di esuli che, pur operando nel paese dove vivono, non accettano mai del tutto l’integrazione.
Questo è il motivo per cui il problema dell’organizzazione è centrale. L’organizzazione è la forma in cui si determina il rapporto concreto tra discorso rivoluzionario e sfera del tempo storico. Una determinata forma organizzativa può contribuire a provocare tanto la separatezza che l'integrazione nell’esistente. Non si tratta di ricercare una via di mezzo – ma di immaginare, e soprattutto di praticare, forme di organizzazione che non assolutizzino nè l’immanenza né la trascendenza, ma abbiano una concezione del negativo come contraddizione possibile che si dà nel tempo. In questo tempo, contro questo tempo.
Ma oltre al problema della separatezza/integrazione c’è il problema della separatezza/identificazione delle sfere. Un’organizzazione del progetto rivoluzionario che annulli la distinzione tra le diverse sfere dell’agire per la trasformazione è altrettanto pericolosa quanto un’organizzazione che si limiti a registrare il dato dell’esistenza di sfere diverse.
Il politico, il sociale, il culturale, nelle loro sempre più plurali e complesse declinazioni, non sono mere articolazioni della divisione del lavoro, necessaria in qualunque organismo esecutivo efficiente – ma non sono neppure isole separate che, al massimo, si raccontano ogni tanto l’una all’altra. L’ampia riflessione, e le sperimentazioni pratiche, sul concetto dell’organizzazione a rete, implementate dallo sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione, non è per ora riuscita a risolvere il problema. La maggior parte delle reti hanno finito per tornare ad essere un unicum organizzativo, o più spesso per dissolversi in un mero spazio di comunicazione tra organizzazioni separate.
Lo studio della fenomenologia del tempo non esaurisce le sfere della ricerca sulle forme concrete del dominio e dello sfruttamento. Ma, se inteso nel senso ampio sopra indicato (il Capitale, la storia dei vinti, la ricerca sociale), può costituire un grimaldello critico utile a sviluppare anche altri settori di ricerca. La teoria dell’alienazione, il tema della relazione uomo-natura o l’analisi delle strutture patriarcali, ad esempio, potrebbero trarne stimoli significativi.
Una delle sfere di ricerca sul dominio, però, si presenta più di altre nella sua autonomia ineludibile. Le forme politico-statuali del dominio, e loro implementazione imperialistica, nel modo di produzione esistente, si manifestano come il regno della separatezza, e come tali devono essere studiate in prima battuta. Non è possibile comprendere la stretta, e conflittuale, relazione dialettica tra questa sfera del dominio ed i rapporti di produzione se la si riduce alla relazione stessa – e tanto più, ovviamente, se si interpreta la dialettica in termini necessitaristici. In linea generale, è sempre corretto studiare i momenti della dialettica nella loro particolarità, per poter comprendere il movimento negativo della dialettica stessa, che non è mai un immediato. Ciò è particolarmente vero in questo caso.
Per questo oggi urge l’elaborazione di una teoria integrata dell’imperialismo nel nostro tempo. Si deve ripartire con rigore dalla tradizione teorica esistente, il che vuol dire in primis dalla Luxemburg e da Lenin – ma anche da Gramsci, nella misura in cui la teoria deve essere in grado di leggere in chiave unitaria il fenomeno della politica borghese. Al contempo, è necessario il confronto col prosieguo dell’analisi critica dell’imperialismo e della politica borghese nel Novecento.
Soprattutto, però, è urgente lo studio delle concrete forme di tali fenomeni nel nostro tempo. Tra le molte rilevanti questioni aperte, il ruolo degli apparati militar-industriali, ed in particolare di quello statunitense, appare centrale. Una delle maggiori contraddizioni del nostro tempo è il concentramento quasi monopolistico della potenza militare (in senso ampio: le tre armi classiche e l’intelligence; il dato quantitativo di uomini, mezzi e capacità produttive impiegate; la dislocazione geografica; ed il livello tecnologico) negli Usa – che si verifica però in una fase di debole egemonia della borghesia Usa sulla popolazione statunitense, di progressiva sovraesposizione politico-militare in conflitti a-simmetrici e, soprattutto, di crisi dei monopoli anglo-sassoni nella concorrenza internazionale e di dipendenza strutturale dell’economia Usa dal debito estero. Tale contraddizione è il principale motore – motore, però, essenzialmente distruttivo – della politica mondiale dopo il 1989.
Infine, c’è un’altra grande sfera di ricerca che si propone con particolare urgenza e priorità. Quelle che si sono definite “le necessità soggettive (l’organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario)”.
Questa è senza dubbio in primo luogo la sfera del linguaggio, e dunque dei problemi logici della dialettica. Il problema della relazione tra il carattere linguistico ed auto-costituente del soggettivo con la necessità del suo radicamento in un dato tempo storico è particolarmente complesso per un soggetto rivoluzionario – per il quale il radicamento nel proprio tempo è un dato provvisorio, non il fine, che è invece il superamento conflittuale del presente verso un altro tempo. Si può usare per i rivoluzionari l'allegoria di migranti o di esuli che, pur operando nel paese dove vivono, non accettano mai del tutto l’integrazione.
Questo è il motivo per cui il problema dell’organizzazione è centrale. L’organizzazione è la forma in cui si determina il rapporto concreto tra discorso rivoluzionario e sfera del tempo storico. Una determinata forma organizzativa può contribuire a provocare tanto la separatezza che l'integrazione nell’esistente. Non si tratta di ricercare una via di mezzo – ma di immaginare, e soprattutto di praticare, forme di organizzazione che non assolutizzino nè l’immanenza né la trascendenza, ma abbiano una concezione del negativo come contraddizione possibile che si dà nel tempo. In questo tempo, contro questo tempo.
Ma oltre al problema della separatezza/integrazione c’è il problema della separatezza/identificazione delle sfere. Un’organizzazione del progetto rivoluzionario che annulli la distinzione tra le diverse sfere dell’agire per la trasformazione è altrettanto pericolosa quanto un’organizzazione che si limiti a registrare il dato dell’esistenza di sfere diverse.
Il politico, il sociale, il culturale, nelle loro sempre più plurali e complesse declinazioni, non sono mere articolazioni della divisione del lavoro, necessaria in qualunque organismo esecutivo efficiente – ma non sono neppure isole separate che, al massimo, si raccontano ogni tanto l’una all’altra. L’ampia riflessione, e le sperimentazioni pratiche, sul concetto dell’organizzazione a rete, implementate dallo sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione, non è per ora riuscita a risolvere il problema. La maggior parte delle reti hanno finito per tornare ad essere un unicum organizzativo, o più spesso per dissolversi in un mero spazio di comunicazione tra organizzazioni separate.
Una linea di ricerca troppo poco percorsa è il capire che cosa siano -dal punto di vista rivoluzionario- politico, sociale e culturale, e perché siano distinti ma non separati. Da questa linea di ricerca potrebbero forse scaturire nuovi elementi per il dibattito più specificamente organizzativo, che, in particolare, permettano di sperimentare le effettive potenzialità delle nuove tecnologie della comunicazione.
Ad esempio, in teoria oggi esistono le potenzialità tecniche per costruire un’organizzazione politica che possa raggiungere il più alto livello di azione comune (di centralismo, si sarebbe detto un tempo) insieme al più alto livello di partecipazione diretta di ciascun militante all’elaborazione e alla determinazione della linea politica, non solo sul piano strategico, ma anche rispetto alle principali scelte tattiche. Strategia e tattica, del resto, oggi più che mai sono sfere centrali per l’alternativa rivoluzionaria al capitalismo. Ma questa potenzialità tecnica, che non può comunque eliminare la scarsità di tempo disponibile di gran parte dei militanti in questa società, resterà tale fino a quando non sarà chiaro perché valga la pena dedicare del tempo alla elaborazione della linea di un soggetto politico.
Il problema di questo perché, del resto, non si risolve solo stabilendo distinzioni. Il politico, più ancora del sociale e del culturale, abbisogna di una sua specifica riflessione fondativa. In questa riflessione, il tema del programma è centrale. Un soggetto politico rivoluzionario organizzato, distinto ma non separato da sociale e culturale, è tale solo nella misura in cui riesce ad incarnare storicamente un programma.
Il programma è l’altra faccia della relazione tra linguistico e temporale, assieme, ed in stretta relazione, con l’organizzazione. Il programma non può essere un perfetto discorso autoreferente, né la descrizione di un esistente con qualche miglioria. Deve essere il ponte linguistico tra questo tempo ed il superamento del capitalismo. Il programma deve dunque nascere dal campo di possibilità storicamente determinate, ed essere insieme il prodotto delle capacità, conoscenze e volontà collettive del soggetto rivoluzionario. Solo se sarà queste due cose, del resto, potrà essere realmente una forza nell’esistente, di cui pure costituisce la negazione dialettica. In questo tempo, per un altro tempo.
L’elaborazione del programma, ed il suo divenire forza reale, abbisogneranno delle ricerche critiche sulle concrete forme del dominio e dello sfruttamento di cui si è parlato. Qui, dunque, può dirsi chiuso il cerchio dialettico di un progetto per le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria.
Ad esempio, in teoria oggi esistono le potenzialità tecniche per costruire un’organizzazione politica che possa raggiungere il più alto livello di azione comune (di centralismo, si sarebbe detto un tempo) insieme al più alto livello di partecipazione diretta di ciascun militante all’elaborazione e alla determinazione della linea politica, non solo sul piano strategico, ma anche rispetto alle principali scelte tattiche. Strategia e tattica, del resto, oggi più che mai sono sfere centrali per l’alternativa rivoluzionaria al capitalismo. Ma questa potenzialità tecnica, che non può comunque eliminare la scarsità di tempo disponibile di gran parte dei militanti in questa società, resterà tale fino a quando non sarà chiaro perché valga la pena dedicare del tempo alla elaborazione della linea di un soggetto politico.
Il problema di questo perché, del resto, non si risolve solo stabilendo distinzioni. Il politico, più ancora del sociale e del culturale, abbisogna di una sua specifica riflessione fondativa. In questa riflessione, il tema del programma è centrale. Un soggetto politico rivoluzionario organizzato, distinto ma non separato da sociale e culturale, è tale solo nella misura in cui riesce ad incarnare storicamente un programma.
Il programma è l’altra faccia della relazione tra linguistico e temporale, assieme, ed in stretta relazione, con l’organizzazione. Il programma non può essere un perfetto discorso autoreferente, né la descrizione di un esistente con qualche miglioria. Deve essere il ponte linguistico tra questo tempo ed il superamento del capitalismo. Il programma deve dunque nascere dal campo di possibilità storicamente determinate, ed essere insieme il prodotto delle capacità, conoscenze e volontà collettive del soggetto rivoluzionario. Solo se sarà queste due cose, del resto, potrà essere realmente una forza nell’esistente, di cui pure costituisce la negazione dialettica. In questo tempo, per un altro tempo.
L’elaborazione del programma, ed il suo divenire forza reale, abbisogneranno delle ricerche critiche sulle concrete forme del dominio e dello sfruttamento di cui si è parlato. Qui, dunque, può dirsi chiuso il cerchio dialettico di un progetto per le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria.





