
Per una politica culturale
di TcL'obiettivo unificante dei diversi filoni di ricerca per una politica culturale dovrebbe essere il porre le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva rivoluzionaria, a partire a) dalle condizioni oggettive (lo studio delle forme date di dominio/sfruttamento, e delle potenze di rivoluzione storicamente determinate), e b) dalle necessità soggettive (l'organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario).
Tra a) e b) l'intreccio è costante, non solo nella realtà (non bisogna mai dimenticare che nel capitalismo, e oggi più che mai, è dominante il momento della scissione e della separatezza). L'unità dialettica tra oggettivo e soggettivo è però decisiva in un approccio teorico di trasformazione.
Per questo motivo, centrale è la relazione dialettica tra dimensione temporale e dimensione linguistica - il piano teorico di ricerca su cui organizzare la dialettica tra oggettivo e soggettivo, tra politico e sociale, ecc., e più in generale la ricostruzione di un metodo dialettico non necessitaristico.
Per prima viene perciò la ricerca sulla fenomenologia del tempo. Necessaria è la critica della concezione monistica del tempo, matrice teorico-culturale delle diverse forme di determinismo e di necessitarismo.
Determinismo e necessitarismo, che nella storia sono sempre stati strumento delle classi dominanti, hanno avuto una funzione politica, in fasi di grande arretratezza culturale dei soggetti oppressi, come inveramento dialettico della tradizionale concezione finalistica del tempo storico.
Ma, in seguito, la concezione della storia e del tempo del movimento operaio si è reificata, divenendo strumento politico dell'egemonia burocratica, socialdemocratica e staliniana - e, oggi, invariabilmente di tutte le prospettive politico-teoriche che giustificano o accettano l'esistente e la sua temporalità lineare, o la sua rappresentazione pseudo-ciclica. La classe dirigente non ha più magnifiche e progressive sorti da offrire. Sono restate le sorti - nel senso dell'inelluttabile impossibilità del cambiamento. Perchè la rivoluzione possa tornare ad essere una potenzialità soggettiva, è necessario che i soggetti potenzialmente rivoluzionari mettano la categoria del possibile al centro del loro agire sociale e politico. Non a caso la rinascita di un conflitto politico-sociale con il movimento alter-globalista ha subito assunto il tema del possibile come centrale. Ma ora è necessario che, dal piano etico-politico, il possibile diventi elemento pratico-politico, ovvero concreto nucleo programmatico e strategico di un nuovo movimento operaio.
La critica di una concezione monistica del tempo, però, non è solo una critica delle concezioni lineari e pseudo-cicliche. Anche le concezioni che accentuano a dismisura, sia sul piano gnoseologico che sul piano strategico, il ruolo del tempo non-lineare sono concezioni monistiche - e facilmente generano impianti concettuali deterministici, e la rinuncia alla pratica ed alla prospettiva rivoluzionaria.
Per questo è oggi necessario avviare una ricerca sulla fenomenologia del tempo che parta dal concetto della sua duplicità.
Questa ipotesi deve essere verificata non solo su di un piano categoriale, ma, in primo luogo, a partire da concrete ricerche storiche e sociali, che vanno intrecciate con un altro piano, che deve essere di confronto con la teoria marxiana del tempo nel modo di produzione capitalistico.
Il Capitale e la storia - potrebbe essere una sintesi efficacie delle linee di ricerca sulla fenomenologia del tempo. Ma come tutte le sintesi è impoverente, poichè, in realtà, i piani sono più complessi.
La storia, ad esempio, non deve essere solo storia del "passato". La ricerca sociale è altrettanto necessaria - a partire dal tema centrale della composizione contemporanea della classe e della riproduzione sociale del capitale. Qui la "storia del presente" entra in stretta relazione dialettica col piano di ricerca sul tempo nel Capitale.
D'altra parte, la storia può e deve essere storia sociale, ecc., ma ciò che oggi serve maggiormente è una storia "dei vinti". Su questo esiste un grande fraintendimento, che deve essere chiarito, a partire dal confronto critico con la teoria del tempo e della storia di Benjamin, e liberando la storia critica da un'assunzione immediatistica delle correnti storiografiche dominanti nel Novecento, che pure hanno realizzato innovazioni di metodo fondamentali rispetto alle storie evenemenenziali e positivistiche. La "storia dei vinti" non è solo storia sociale, e non tutta la storia sociale è storia dei vinti. Per essere vinti si deve aver voluto vincere. Questo elemento è di determinante importanza, poichè è la condizione di possibilità di un reale "incontro tra generazione", secondo la formula benjaminiana - e deve dunque essere criterio discriminante di metodo e di orientamento di ricerca per una storia critica dei vinti.
Su questo piano deve essere affrontato il problema della tradizione. Oggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, esiste una grande tradizione teorica dei vinti che vollero vincere (che non è semplicemente una tradizione degli oppressi - anche in altre epoche storiche gli oppressi avevano un loro tradizione culturale, cultura popolare, folklore, ecc., e su un piano più complesso di elaborazione alcune eresie religiose, ecc.; si deve dunque parlare di tradizione rivoluzionaria, naturalmente in senso ampio, che a sua volta torna a comprendere elementi popolari e di folklore, canzoni di lotta, ecc.). Questo fatto storico di rilievo enorme ha un'importanza centrale per la rifondazione di un pensiero rivoluzionario.
Devono perciò essere evitati i due rischi che sempre accompagnano l'esistenza di una tradizione: la tabula rasa e la scolastica. In quest'epoca proliferano maestri che pretendono di cancellare la lavagna, per scrivere la nuova grande teoria definitiva. Abituati a scrivere col gesso, che si cancella facilmente, addestrati al tempo psuedo-ciclico della società della spettacolo, non si rendono conto che "il lungo Novecento" inaugurato da Marx ha visto la nascita di una tradizione, filosofica, economica, letteraria, ecc., ovvero culturale in senso lato, la cui possibile permanenza nel tempo costituisce oggi la principale fonte di speranza per il futuro. Ma naturalmente deve essere evitato anche evitato l'altro rischio - la scolastica, l'ipse dixit, l'unilaterale esaltazione di un singolo autore, o anche di una singola corrente. Il che non vuol dire che tutte le vacche siano state nere. Vuol dire che nessuna lo è stata del tutto. Altrimenti il corso della storia sarebbe stato un altro, almeno in parte.
Oggi serve dunque un grande sforzo di ricostruzione critica, che dovrebbe svilupparsi in primo luoghi intorno a problemi teorici determinati, mettendo a confronto le elaborazioni diverse della tradizione. Una sorta di Talmud (l'immenso commentario ebraico della Torah, organizzato per temi attraverso il confronto di opinioni diverse) della tradizione rivoluzionaria, da scrivere collettivamente, nel tempo che sarà necessario.
Lo studio della tradizione specificamente teorica deve avere una sua autonomia. Ma non deve escludere la storia politica e sociale dei vinti che vollero vincere - che al contario è oggi più che mai necessaria. La rifondazione di una teoria rivoluzionaria deve imparare da tutti i suoi passati - e, nella misur