di Alessio Aringoli

Un nuovo canto

Il mondo attende un nuovo canto, per poter diventare.

Perché siano liberi il tempo e la parola, perché ogni ora sia di ognuno, perché uno sia infine il nome.

Esiste una compagnia ferroviaria i cui treni portano tutti i loro passeggeri alla destinazione sbagliata. Non possono fare diversamente, poiché altrimenti i passeggeri, giunti alla meta, smetterebbero di prendere i treni, e la compagnia fallirebbe. E invece i passeggeri continuano a comprare i viaggi, e il tempo che non passano in treno lo passano a lavorare per potersi permettere un altro biglietto. Alcuni, la maggioranza, lavora anche sul treno, poiché i biglietti sono sempre più cari. Solo alcuni, forse visionari, hanno cominciato a viaggiare in nave. Ma in nave non si può andare ovunque. Così c'è chi prova a far andare i treni nella direzione detta. Quei treni, però, non possono andare dalla parte giusta, e poi la maggior parte dei passeggeri non ha tempo per studiare geografia, perciò preferisce lasciare alla compagnia la direzione dei treni. C'è infine chi sogna addirittura di viaggiare volando. Per i più sono solo sogni. Ma secondo alcuni, più pessimisti, la compagnia potrebbe avere già pronto un piano di piani di volo sbagliati, e per loro, preoccupati, non è quella la via.

Nella Torah scritta e orale vive la più grande sorgente del nuovo canto. I confini della Torah orale sono già mutati, ed è un segnale del principio del possibile. In essi sono contenuti i Midrashim, la Mishnà, la Ghemarà, la Kabbalah, i racconti e i commenti. Ma anche le parole che hanno aperto il tempo di una nuova tradizione.

Il Processo di Kafka, libro dell'oscurità, deve essere studiato non meno dello Zohar. I Minima moralia di Adorno non meno dei Pirkè Avoth compilati da Yehudà Hanassi. E così via.

Nè si tratta solo di haggadah. L'halachà e l'haggadah sono intecciate come le dita unite di due mani, nelle parole degli ultimi maestri della Torah orale. Un tempo la halachà era sulla supefice, ma poi si è nascosta. Così doveva essere, come il nano nel turco. Dunque si deve studiare lo Shulchan Aruch, e studiarlo per agire. E si deve saper scoprire il commento halachico dello Shulchan Aruch che è contenuto nell'Origine del dramma barocco tedesco. Il nuovo canto potrà nascere solo se saprà liberare, col suo fiorire, le parole degli ultimi maestri dalla forma di pietre di pura teoria in cui sono state irretite, e le parole dei primi maestri dalla forma di idoli di immota azione, in cui vengono perdute. "Faremo, e ascolteremo" è scritto, e se ne deduce che prima devi cantare, dunque devi ascoltare il canto. Il resto è commento.

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Il Messia. Sentire il silenzio. Ascolta.




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La halachà è l'ortoprassi di un sacerdozio. Nell'ebraismo hanno sempre convissuto tre elementi. Quello regale, quello profetico e quello sacerdotale. Sarebbe sbagliato ritenere che quest'ultimo sia la sola dimensione dell'ebraismo, ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che si possa dare ebraismo senza la sfera sacerdotale.

Sacerdote è una parola composta, duplice. Contiene Sacer, che ha il significato di separato e di sacro. L'ebraico Kodesh vuol dire distinto e sacro. Separato e distinto non sono la stessa cosa, e non per caso la Torà indica la distizione, non la separazione, come l'elemento caratteristico del sacro.

Sacerdote contiene anche Dotium, che vuol dire potere, deriva da dote, e ha analogia con la parola docente.

Questa duplice composizione della parola italiana sacerdote non si riscontra nell'ebraico kohen. Questo insegna qualcosa. I kohanim erano infatti solo parzialmente sacerdoti: ad essi spettava solo il sacer, non il dotium. Ma si trattava, per il kohen, di essere separato o distinto? La Torah parla di distinzione, poichè la separazione è idolatria. Solo il divino può essere separato, chiunque o qualunque cosa umana pretenda di esserlo, si sta ponendo come idolo.

La sfera sacerdotale ha dunque due diverse declinazioni. Verso l'uomo e verso Dio. Dotium e sacer.

Non si tratta di etica, non si tratta di fare profezie, non si tratta di vincere battaglie dure e importanti. Si tratta semplicemente di insegnare, ovvero di spiegare un senso possibile, anche solo di una sola, unica lettera di un libro. Questo è il sacerdozio verso gli uomini.

Il sacerdozio verso Dio è tempo. Chi non ha tempo da destinare a Dio durante una giornata, non per chiedere qualcosa, ma solo e unicamente per cantare con le parole e con le azioni la bellezza divina, non compie il sacerdozio verso Dio. Per questo motivo la radice profonda del sacerdozio verso Dio non è il timore. Ciò che la Torà domanda è di amare il divino. Nonostante tutto amando, e amando solo per amore. Questa è la radice di tutta la halachà, laddove parla dei doveri verso Dio. Si tratta di donare tempo al divino, che ce lo domanda con l'insistenza di un innamorato. Il korban è tempo.

La sfera sacerdotale è dunque composta di due direzioni, L'insegnamento - e lo studio per poter insegnare - e la pratica di donare tempo a Dio.

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Ma questo idillio armonioso, del buon sacerdote, maestro e orante, è falso e fuorviante, poichè, scrisse Adorno nei Minima moralia:

Non si dà vera vita nella falsa.

Che cosa vuol dire? Che, a ben vedere, il sacerdozio, oggi, è impossibile.

Ma allora Adorno vuol dire che si deve rinunciare alla vera vita?

Ciò che è vietato è di chiamare vera la vita falsa, poichè dare in questo caso va letto come dare senso, nominare.

Perciò è anche vietato praticare il sacerdozio come balsamo che ristori dalla realtà - poichè non si può ignorare, non si può accettare, non si può vivere sotto la pioggia fingendo che sia un giorno di sole.

La halachà, insegna dunque il passo citato, non può essere un rifugio. Deve essere davvero ciò per cui fu discussa e scritta dai primi maestri – parola per l'azione.

Poichè, in una società organizzata per sottrarre il tempo e imprigionare il linguaggio, osservare un sacerdozio vuol dire compiere, ogni volta, un atto di conflitto.

Si tratta di mutare la vita in vita. La spiegazione del passo di Adorno è scritta nella Torà:

Scegli la vita, per poter vivere.

Cosa vuol dire? Vivere equivale a osservare la halachà, la direzione di una vita piena, densa, ricca di tempo, di esperienza, di sensi. Allora si dovrebbe leggere: scegli la halachà, per poter osservare la halachà. Ma perchè nella Torà non è scritto così, perchè non si fa riferimento alla legge, ai decreti e ai precetti, ma si parla invece di vita?

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Lui camminava solo su un ponte.

Il ponte era lungo, sembrava non avere mai fine. Prendeva la forma di una curva, come se seguisse la superfice terrestre. Forse non sarebbe mai finito, può darsi che, per giungere alla meta si dovesse percorrere tutto intera la circonferenza della terra.

Ma ad un certo punto il ponte era franato, e così lui si dovette fermare.

Fu lì che la incontrò.

La cercava da quando era nato, oppure solo da quando aveva iniziato a camminare sul ponte. Sebbene non ricordasse più molto del tempo in cui non camminava ancora su quel ponte.

Nè era la prima volta che si trovava ad affrontare parti crollate del ponte. In passato aveva risolto il problema tornando indietro. Il ponte era così lungo che non aveva mai avuto la sensazione di passare per le stesse parti. Ma forse si trattava di un'illusione, poichè in effetti il ponte era uguale in ogni sua parte e non poteva escludere con sicurezza l'ipotesi di avere percorse, da anni, sempre la stesse poche centinaia di metri, avanti e indietro. L'unica cosa che lo confortava, erano le frane – poichè ognuna era diversa dall'altra, e questo era il solo motivo per cui poteva avere la speranza di non avere camminato senza scopo da sempre. Per quanto nulla potesse davvero escludere che le parti crollate non potessero mutare nel tempo, senza che per questo dovesse mutare anche il resto. Così il dubbio di essere sempre allo stesso punto non lo abbandonava mai del tutto.

Quel giorno lei gli sorrisse, ma presto lui capì che si trovava dall'altra parte del ponte crollato.

Tra lui e lei non c'era ponte, e così lui non avrebbe mai potuto raggiungerla, nè lei lui. Guardò in basso, e quel vuoto apparente, tra i due lati del crollo, gli apparve pieno più di quanto gli fosse mai sembrato il ponte. Si trattava certo di chimere, indotte forse dalla troppa monotonia del ponte in cui viveva – come poteva essere pieno il vuoto? Ma lei sorrideva.

Un uomo lo raggiunse. Lo degnò solo di uno sguardo, e si gettò nel vuoto, sorridendo alla donna. Scomparve presto nel nulla, e allora lui si ritrasse inorridito, più dai suoi pensieri che da ciò che aveva visto. In effetti, cosa aveva visto? Non poteva essere sicuro che anche quello non fosse solo un sogno. Forse tutto il ponte era un sogno. Ma lei no, lei era lì, viva, e iniziò a cantare un canto melodioso e struggente, che le usciva dalle labbra senza che queste facessero un solo movimento.

Fu allora che lui ricordò. Era legato a un albero, quando aveva già sentito quel suono. I suoi compagni avevano le orecchie tappate, ma lui no, lui aveva voluto sentire. Rimase legato a quell'albero, nonostante volesse con tutte le sue forze sciogliere le corde e raggiungere il canto che lo convocava, con un amore profondo come il mare. Era rimasto legato, non perchè non potesse sciogliersi con la sua forza e con la sua astuzia – che ricordava erano, allora, ancora grandi e potenti. Perchè, dunque, non si liberò e perchè non si gettò nel mare?

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Haftarà Bereshith


ed egli diffonderà la giustizia tra le nazioni

Il tempo messianico diffonde. La giustizia è come acqua che si spande per rivoli, per canali, per vie impreviste. Come vento, che trasporta odori.

tra le nazioni

Non per alcuni. Chi dice che il Messia arriverà per liberare, e sta parlando solo di sé, o dei suoi amici, o della sua famiglia o anche di tutto il popolo ebraico o di qualunque altro gruppo particolare, sta inseguendo un idolo. Messia è colui il quale abbatte i muri. Il messianismo ebraico, per essere sé stesso, deve darsi come radice di redenzione per ogni colore e per tutte le lingue.

egli non griderà, non dovrà alzare la sua voce, e non la farà udire in piazza

La redenzione non deve essere imposta. S’intende forse che la redenzione arriverà senza lotta? No, s’intende che la lotta non va rivolta verso chi indugia. Non dovrà alzare la sua voce poiché è scritto Shemà, ascolta, e il comando sarà finalmente accolto. Da questo puoi riconoscere il carattere del messianico: si tratta di quel qualcosa che convince ascoltando.

Ma come può essere ascoltata la voce messianica, poiché è scritto: non la farà udire? Subito dopo, però, è scritto in piazza. Intendi che il messianico è quel qualcosa che accenderà i cuori, le menti e le forze – non il trascinarsi di una massa condotta dall’orare di un capo, ma il mutarsi del mondo per l’agire di ognuno.

Altra parola. Alla fine del film Il grande dittatore di Charlie Chaplin, il discorso del barbiere termina con un appello ad Anna a mantenere la speranza nella venuta messianica. Anna guarda verso l’alto, e sente il silenzio. Chaplin vuol dire che il messianico spezzerà il rullare del tamburo del potere, poiché è scritto: Il nome non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il nome non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il nome non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.

non spezzerà una canna incrinata e non spegnerà uno stoppino dalla debole fiamma

Secondo Rashi la canna incrinata si riferisce a chi è mansueto e lo stoppino dalla debole fiamma al povero. Intendi il mansueto come colui il quale preferirebbe restare nel quieto vivere, e il povero come colui il quale è privo dei mezzi per accelerare il darsi della redenzione.

Ma il messianico è dono di tempo – la canna potrà drizzarsi, e la fiamma crescere, com’è scritto: c’è un tempo per ogni cosa. E intendi, dunque, che ognuno, senza eccezione, ha diritto al tempo.

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Il Processo, I capitolo


Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina venne arrestato.
La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne.

Qualcuno

Chi?

Il principio è una domanda, ma è inespressa.

diffamato

Non commettere maldicenza, è scritto. Come si può parlare di maldicenza, se la colpa è stata tenuta segreta? La maldicenza è più grave se la colpa viene resa pubblica. Il diffamatore di Josef K. ha dunque commesso solo una lieve maldicenza.

Altra parola. Proprio il fatto che la colpa sia stata tenuta segreta si presenterà come il più grande ostacolo per la difesa. Intendi che ci sono maldicenze più gravi proprio perché non dicono.

Josef

Ci sono due Messia. Il primo sarà il ben Josef, e precederà la venuta del ben David.

Si narra che in ogni generazione si nasconda un possibile Messia, e s’intende il ben David. Ma ogni generazione nasconde anche il suo ben Josef.

Questi potrebbe essere figlio di Josef K. Il quale però non ha figli.

Figlio viene anche detto il discepolo.

senza che avesse fatto niente di male

Si sarebbe salvato, se avesse fatto qualcosa di male? C'è più merito in una trasgressione fatta con intenzione, che in un precetto compiuto senza intenzione, è scritto.

E se avesse fatto?

Poiché, se non aveva fatto niente di male, nulla dice però che avesse fatto qualcosa di bene.

Di sicuro si sa solo che non aveva fatto.

una mattina venne arrestato

Divenne un arrestato.

quella volta non venne

Si ferma il tempo omogeneo. Liberazione nella caduta? Era davvero un bene che ogni giorno, senza eccezione, senza variazione, venisse la cuoca con la colazione? Oppure potrebbe essere stata proprio questa la colpa? Egli ha dimenticato di rammemorare la potenza di ogni istante, e così si è rinchiuso in una corazza che, a ben vedere, ha la forma distinta delle sbarre di una cella. E ogni mattina è una colazione in camera.
Divenne un arrestato - poiché, quella volta, non venne.


Negazione e identità

10 tesi sul linguaggio

1. Il linguaggio è un fenomeno plurale, conflittuale, ricco di potenze nascoste.

Perchè plurale? Lettere, combinazioni di lettere, di parole, di frasi, suoni, significati della lettera, della parola, della frase, del discorso, alfabeti, regole fonetiche, grammatiche, teorie della proposizione, analisi dei testi, linguaggi sui linguaggi. Universo di mondi di mondi, distinto dal mondo, più spesso separato.

Perchè conflittuale? Ogni discorso sull'assenza di conflitto nel linguaggio è una mossa di quel conflitto.

Perchè ricco di potenze nascoste? Perchè un elemento del linguaggio contiene sempre più di quanto venga di volta in volta detto.


2. Il linguaggio oggi storicamente dato ha un duplice carattere. Un carattere è la comunicazione. L'altro carattere è il dominio.

La riduzione a due della pluralità del linguaggio è un dato storico. Per quanto tale duplicità sia radicata nella struttura del linguaggio stesso, essa è anche la prigione, le cui sbarre d'acciaio non consentono al linguaggio di sviluppare la pluralità che in esso è insita. Liberare il linguaggio significa aprire le porte della prigione del duplice carattere, che fino ad oggi lo trattiene come un condannato.
Ma non si può uscire da una gabbia in cui non si sa di essere.


I due caratteri hanno la stessa funzione, nella prigione che è il duplice carattere? No. Il carattere di dominio tiene chiusa la porta.

3. La radice linguistica del duplice carattere del linguaggio è nella struttura degli atti linguistici. Ogni atto linguistico contiene una componente performativa e una componente proposizionale.

Perchè radice liguistica?

La riduzione a due è un dato storico.

Ma in un altro tempo storico performativo e proposizionale non sarebbero ugualmente componenti del linguaggio?

Sì, ma non per questo il linguaggio avrebbe un duplice carattere.

Altra risposta. In un linguaggio liberato dal duplice carattere, il performativo e il proposizionale sarebbero diversi da ciò che sono adesso. In cosa? Non può essere detto nel liguaggio che precede la liberazione. Ma questa risposta non può essere discussa.

Vero, ma resta monito. Contro cosa?

Tutti i determinismi.

4. La relazione tra le due componenti di un atto linguistico è conflittuale. La componente proposizionale tende a sussumere la componente performativa. La componente performativa tende a negare la componente proposizionale.

5. Il conflitto contenuto in ogni singolo atto linguistico esplode in tutti i campi del linguaggio, mutandoli in campi di battaglia. Ogni fenomeno linguistico è percorso dal conflitto tra negazione e identità.

6. Sul piano storico, il conflitto tra i due caratteri del linguaggio si dà come conflitto tra due diverse forme di relazione del linguaggio col tempo. Il carattere di dominio coltiva la separazione tra linguaggio e tempo e si rapporta col carattere quantitativo del tempo. Il carattere di comunicazione nega la separazione e si rapporta col carattere critico.

7. Il duplice carattere del linguaggio fonda il duplice carattere del potere. In italiano il fenomeno è manifestato dalla distinzione tra potere come sostantivo, espressione del carattere di dominio, e potere come verbo, espressione del carattere di comunicazione.

8. Il duplice carattere del linguaggio fonda dunque il duplice carattere della politica. Politica come dominio, manipolazione, separata dal tempo, e dunque separata dal sociale, orientata al potere come sostantivo. E politica come comunicazione, messa in discussione dell'esistente, in stretta relazione col carattere di crisi del tempo, orientata al potere come verbo.

9. La liberazione del linguaggio dalla sussunzione che il carattere di dominio attua sul carattere di comunicazione, opera del carattere di comunicazione stesso, riguarderà tutti i fenomeni linguistici di tutti i tempi. Il conflitto tra negazione e identità non sarà abolito - sarà reso libero. La potenza della negazione potrà manifestare pienamente ciò che è sempre stata: la radice della creazione.

10. La liberazione del linguaggio non potrà darsi altro che in un tempo critico. Il tempo critico potrà darsi solo attraverso la liberazione del linguaggio.

Tempo e linguaggio

13 tesi di teoria critica

1. Il lavoro, come il volto di Giano, ha un duplice carattere. Lavoro vivo e lavoro morto. Qualità e quantità. Uno non è misurabile, l'altro è solo misura. La radice del duplice carattere del lavoro è il duplice carattere del tempo.

E' possibile una prassi priva di carattere quantitativo?

No. Una prassi liberata dalla schiavitù del lavoro morto avrebbe essa pure anche un carattere quantitativo. La questione è se questo carattere debba continuare ad essere forma regnante e telos della società - o se invece la prassi umana non possa e non debba darsi liberamente, trovando nel suo carattere vivo l'elemento portante, e nella misura della quantità uno degli elementi, tra gli altri.

Ma come sarebbe possibile lo scambio, se venisse meno la centralità del carattere quantitativo del lavoro?

Lo scambio sarebbe possibile anche se il carattere quantitativo non fosse il dominus del lavoro. Così come la società sarebbe possibile, anche se lo scambio di merci non fosse il suo scopo.

Cosa vuol dire? Una società in cui la forma di merce, costituita sul carattere quantitativo del lavoro, non sia forma e senso della dinamica sociale, non per questo sarebbe meno società - nè le sarebbero inibite le frontiere dello sviluppo che, a costo di prezzi umani incalcolabili, la società presente promette. Si aprirebbero viceversa nuove realtà, e il possibile, libero, libererebbe nuove vie. Si potrebbe operare, si potrebbe dare e ricevere, si potrebbe vivere, in base al bisogno, al desiderio, alla fantasia, e alla volontà. Ma allora, perchè non avviene? Non avviene, per il semplice fatto che non conviene a chi decide.
Ma, forse, non è questa solo un'utopia? Lo è davvero, non essendo mai avvenuta - è un luogo senza luogo, del tempo futuro. "L'anno prossimo a Yerushalaim." Ma al tempo stesso è un luogo sempre presente - perchè senza l'altro volto, il dolorante Giano che è oggi il lavoro sarebbe un viso morto, e con lui lo sarebbero coloro a cui obbedisce.


2. Uno dei caratteri del tempo è infatti l'omogeneo, il misurabile, il vuoto. Il tempo dell'orologio.
L'altro è la crisi, il plurale, il flusso. Il tempo dell'esperienza.

Ci sono due tempi?

No. Il tempo è uno solo, ma ha due caratteri.

Cosa hanno in comune i due caratteri del tempo, tanto da poter dire che il tempo sia uno solo?

Nulla. Il tempo dell'esperienza e il tempo dell'orologio non hanno niente in comune. Ma nessuno dei due può darsi da solo, senza l'altro. Il tempo è il fenomeno che tiene insieme i suoi due caratteri radicalmente eterogenei.
Basti pensare questo: cosa sarebbe il tempo dell'orologio senza l'esperienza? Matematica.

Ma se questo è chiaro per il carattere di omogeneo del tempo, perché sarebbe così anche per il carattere di crisi?

Perché nessuna esperienza è possibile fuori dalla continuità del tempo come omogeneo. Anche una intuizione intellettuale e perfino una intuizione mistica avvengono sempre ad una data ora di un dato giorno.
Ma la relazione tra i due caratteri del tempo non è socialmente neutra. Il tempo come omogeneo, che per esistere abbisogna del tempo come esperienza, tende costitutivamente alla sussunzione di quest'ultimo. L'orologio, dacché esiste, si presenta come la regola sovrana della relazione sociale. Così, per lo più, il tempo come omogeneo è stato rappresentato dal pensiero dominante come se fosse il tempo in quanto tale.
Il tempo come esperienza, viceversa, si rapporta al tempo come omogeneo per lo più in modo negativo. L'esperienza non aspira a sussumere l'omogeneo - per farlo dovrebbe perdere il suo carattere critico e vitale, in altre parole non dovrebbe più essere esperienza - ma alla libertà dalla sussunzione che le viene imposta.


Ma il fatto che ci siano due tempi, in definitiva, cosa vuol dire? Come e' possibile che un tempo sia omogeneo e vuoto, e un tempo critico e pieno? Come e' possibile, per esser più precisi nel dire, che il tempo abbia un duplice carattere?

Vuol dire che la duplicita' e' solo apparenza. Il linguaggio come dominio, il potere come sostantivo, hanno bisogno della duplicita', sebbene a volte preferiscano nascondere le loro intenzioni nella forbita fumosita' della retorica, nella prepotente violenza della propaganda.

La lotta degli oppressi non cerca il duplice, ma la sua dissoluzione nella pluralita'.

Il tempo non ha un duplice carattere in se', ma e' imprigionato dalla duplicita'. Non si tratta di un caso. Il tempo liberato dalla duplicita' non ammetterebbe più la gerarchia tra l'ordinario e l'eccezionale implicita nella diatriba tra vuoto e pieno. La separazione e' funzione del potere.

Il segreto lo rivela il linguaggio, che ha sempre saputo di non poter definire nulla senza il suo opposto. Il vuoto e' tale solo per l'esistenza del pieno, e viceversa. L'incontro tra gli opposti crea mondi.

La reductio ad unum e' anch'essa una struttura del potere come sostantivo, speculare alla duplicita' reificata.

La liberazione e' la sovversione di queste barriere, il darsi della vita nella sua plurale e infinita ricchezza. Solo allora, finalmente, sotto la nuova luce che aprira' la storia, il vuoto potra' mostrare il suo volto critico, e il pieno la sua dimensione banalmente lineare.

3. Il linguaggio ha anch'esso un duplice carattere. Un carattere è il dominio, l'identità, la manipolazione. Il linguaggio del potere come sostantivo. L'altro è la comunicazione, la relazione, la ricerca. Il linguaggio del potere come verbo.

Su cosa si fonda, linguisticamente, il duplice carattere del linguaggio?

Sull'esistenza, in ogni atto linguistico, di una componente performativa e di una componente proposizionale. Questa è la radice, linguistica, del duplice carattere, ineludibile per qualunque linguaggio. Ma i due caratteri non sono, come vuole credere la teoria positivistica del linguaggio, pacificamente disposti l'uno accanto all'altro. Il linguaggio dell'identità è intrinsecamente teso a sussumere l'intenzionalità relazionale del carattere performativo. Il carattere performativo, viceversa, tende a liberarsi dai dogmi della proposizione, che per esso costituisce, semplicemente, una possibilità aperta.


Il tema dell'autenticità ha a che vedere con il linguaggio come comunicazione?

No. L'autenticità può avere a che vedere con il tempo dell'esperienza, e certo il linguaggio e il tempo sono in relazione.
Ma, in quanto tale, il linguaggio è un fenomeno unitario dal duplice carattere, e il linguaggio come comunicazione può e deve essere una autocritica linguistica del linguaggio strumentale e manipolatorio. Se pretende di essere un linguaggio radicalmente altro, il linguaggio come comunicazione si muta immediatamente nel suo opposto - ed è forse la peggiore manipolazione.


Ma il carattere di relazione, di ricerca e di comunicazione del linguaggio non si fonda anche sulla pretesa perfomativa di autenticità?

Attribuire l'autenticità, nel senso pieno del termine, alla componente performativa degli atti linguistici è un equivoco della teoria positivistica. Il carattere di comunicazione attiene alla sfera del linguaggio. Le cosiddette pretese di verità, giustezza normativa, correttezza, autenticità hanno senso solo all'interno di quella sfera. Se si immagina la dialettica tra i due caratteri del linguaggio come una pacifica danza tra sposi, si possono tranquillamente immettere significati temporali. L'equivoco è risultato e fonte di irretimento. Il linguaggio serenamente unito in se stesso è come presenta se stesso il linguaggio dell'identità, che così si arroga lo scettro della sovranità. Ma, nella realtà, la dialettica è conflittuale. Il suo campo di battaglia è il linguaggio stesso. La prima pretesa del carattere performativo, infatti, quella che sistematicamente la teoria positivistica ignora, è la negazione dell'identità della proposizione.


4. La relazione tra tempo e linguaggio e tra i duplici caratteri di tempo e linguaggio non seguono un'unica logica, ma dialettiche distinte.

E' davvero possibile una relazione tra le forme più astratte di linguaggio - ad esempio la filosofia - e il tempo?

In un certo senso, non è possibile nessuna piena relazione tra linguaggio e tempo. Se fosse possibile una piena relazione, la distinzione verrebbe meno e, almeno in prospettiva, il tempo e il linguaggio potrebbero essere un'unica cosa. Ma questo non solo è impossibile - non sarebbe neppure auspicabile.
Il linguaggio deve tenere ferma sia la distinzione che la relazione - un linguaggio che pretendesse di annullare la distinzione finirebbe poi per capovolgersi nella più assoluta separazione.
La filosofia non deve pretendere di essere immediatamente vita, altrimenti è destinata a schiacciare l'autonomia della vita.
Né la filosofia deve temere di guardare in faccia la sua propria autonomia, in cui risiede un segreto della liberazione dal carattere di dominio del linguaggio.
La poesia, che anch'essa per un certo verso è puro linguaggio, ma non può essere lingua di dominio, ha, da questo punto di vista, una più grande potenza: quella di poter popolare l'impervia terra del confine.


5. La dialettica tra tempo e linguaggio può condurre alla distinzione oppure alla separazione. La distinzione non elimina l'eterogeneità di tempo e linguaggio, così come la separazione non elimina la relazione.

6. La dialettica tra sfera sociale e sfera politica è una forma di dialettica tra tempo e linguaggio, e dunque può condurre alla distinzione o alla separazione.

La strategia e la tattica, e dunque la politica, non hanno a che vedere con il tempo?

Senza dubbio. Sebbene la politica si collochi nella sfera del linguaggio, la strategia e la tattica, di cui la politica è tessuta, si collocano nella sfera del tempo. Una strategia e una tattica vincenti, peraltro, si devono basare sul carattere di crisi del tempo. Il tempo come omogeneo è il tempo di strategie e di tattiche sconfitte, nonostante le illusioni positivistiche, più volte smentite dai fatti, del calcolo strategico. La vittoria, nel carattere omogeneo del tempo, si ottiene solo quando era già scontata in partenza.
Sebbene la strategia e la tattica (soprattutto quando sono in relazione con la politica) debbano saper operare nel tempo come omogeneo.

La politica è dunque sia nel linguaggio sia nel tempo?

No. La politica è solo nel linguaggio. La strategia e la tattica sono invece solo nel tempo.

Ma si può separare la politica da strategia e tattica?

No. Sono caratteri distinti dello stesso fenomeno, la lotta per il potere. La politica è il carattere linguistico di tale fenomeno, il carattere che ha che vedere coi principi, i programmi, i discorsi. La politica nasce nell'oratoria, e, a sua volta, si muove nel duplice carattere del linguaggio: può essere comunicazione, oppure manipolazione. Strategia e tattica sono il carattere temporale di questo fenomeno, il carattere che ha che vedere con la difesa, l'attacco, la posizione, il movimento. La strategia e la tattica nascono nella guerra, tempo critico per definizione, e, loro volta, si muovono nel duplice carattere del tempo.

Dunque la strategia e la tattica sono il carattere della lotta per il potere in relazione con la sfera del sociale?

Sì. Senza strategia e tattica, la politica non è meramente separata dalla sfera del sociale (cosa che nella politica come manipolazione accade in ogni caso) ma è irrelata dal sociale. Senza strategia e tattica, la politica non è lotta per il potere, ma discorso sulla polis. Può esserci anche un discorso manipolatorio irrelato? Senza dubbio, è il caso della propoganda senza strategia, riproduzione autoreferenziale di motivi di manipolazione che, forse, un tempo, erano stati nel tempo. Ma oggi, per lo più, è il discorso politico come comunicazione a rischiare di collocarsi fuori dalla lotta per il potere. Perché? Perchè si pone contro il dominante, il tempo come omogeneo e il linguaggio come manipolazione - e dunque soffre forte la tentazione di rifugiarsi in sè stesso. Col che non smette di essere discorso politico - ma smette di essere un problema per il potere.


Ma la strategia e la tattica non sono, in quanto tali, fenomeni linguistici?

No. Esistono discorsi, teorie, dottrine. Ma la strategia e la teoria della strategia non sono affatto la stessa cosa. La strategia e la tattica, in quanto tali, non hanno bisogno del linguaggio.


La contraddizione tra Von Clausewitze e Sun Tzu ha la sua radice nel duplice carattere (linguistico e temporale) della lotta per il potere. Von Clausewitze spiega molto bene che cosa deve fare chi ritiene di aver già vinto - e per questo è stato amato della Wehrmacht, e poi dal Pentagono.  Ma Sun Tzu comprende meglio che la strategia e la tattica in senso proprio si collocano nel carattere di crisi del tempo.

7. Le dialettiche tra i duplici caratteri di tempo e linguaggio possono condurre alla sussunzione oppure alla negazione determinata. La sussunzione non annulla il carattere che viene sussunto, che continua ad esistere in ciò che pretende di averlo inglobato. La negazione determinata non elimina il carattere negato, ma libera dalla sussunzione.

8. Le logiche della sussunzione sono le logiche del tempo come omogeneo e del linguaggio come dominio. La logica della negazione determinata, ovvero la dialettica negativa, è la logica delle liberazioni.

Come possono coesistere, nella componente performativa di un atto linguistico, la pretesa di verità e la pretesa di negazione dell'identità della proposizione?

La teoria positivistica degli atti linguistici immagina la componente performativa come una decorazione della componente proposizionale.
Ma essa è invece conflittualmente distinta dalla componente proposizionale. Nel performativo ogni atto linguistico ha la sua radice di atto soggettivo e relazionale di significazione, ovvero di negazione dell'identità proposizionale.
"Io affermo x a qualcuno" Non è x che affema se stesso. Sono io ad affermarlo. Facendolo, in primo luogo, nego che la proposizione non-x sia vera (o giusta, o corretta, o a me propria) e lo faccio rivolgendomi a qualcuno, l'interlocutore (o gli interlocutori) del mio atto linguistico. I quali è possibile che affermino non-x, o che siano in dubbio se affermarlo - altrimenti la mia affermazione sarebbe performativamente ridondante. L'affermazione, dal punto di vista performativo, è significante perchè è negativa.
Negatività, relazionalità e soggettività sono dunque i tre elementi più rilevanti di una teoria, sottratta ai pacificanti dogmi positivistici, della componente performativa di un atto linguistico.


9. Le liberazioni sono due. Una è la liberazione del carattere di crisi del tempo, oggi sussunto dal carattere di omogeneo. L'altra è la liberazione del carattere di comunicazione del linguaggio, oggi sussunto dal carattere di dominio. Sono liberazioni distinte, ma una è condizione materiale dell'altra.

Come la lotta per il potere, la liberazione è un fenomeno unitario con due caratteri, che sono però collocati in due diverse sfere, il tempo e il linguaggio.
Come nel caso della presa del potere, e con molte analogie dirette, questo pone complessi problemi.
Si può dire, in forma estremamente sintetica, che dal punto di vista del tempo la liberazione è una sola, dal punto di vista del linguaggio è duplice.
Ovvero, che il fenomeno è storicamente unitario, ma in termini programmatici si articola in due distinte sfere.
Ma è possibile dire l'esatto opposto.
La liberazione deve unire forze sociali diverse (ovvero dal punto di vista del tempo è duplice) in un'unica alleanza politica (ovvero dal punto di vista del linguaggio è una).
Questa contraddizione simmetrica non è dovuta all'indeterminatezza della questione, ma alla duplicità delle due sfere in cui si collocano i caratteri della liberazione.
Nel tempo come omogeneo e nel linguaggio come identità, le liberazioni sono due. Nel tempo come crisi e nel linguaggio come comunicazione la liberazione è una.


10. Un tempo liberato è un tempo in cui si abbia abbia tempo, ovvero in cui si disponga della possibilità reale di informarsi, di comunicare e di decidere.
Il predominio del carattere di dominio del linguaggio è strettamente legato al fatto che solo pochi dispongono del proprio tempo.

Come è possibile liberare il tempo come plurale dalla sussunzione nel tempo come omogeneo, poiché, perché la liberazione possa darsi, sembra già di per sé necessario che il tempo sia liberato?

Perchè, in ogni momento, il tempo ha un duplice carattere - nonostante le arroganti illusioni del tempo come omogeneo.
Walter Benjamin scrisse che ogni istante può essere la porta del Messia, e una antica tradizione ebraica riporta l'idea che il Messia sarebbe nascosto in ogni generazione.
Sono modi diversi di dire che il tempo non è mai il vuoto che ci viene insegnato sia, e il potere vorrebbe che fosse.
Un altro modo di arrivare a questa conclusione viene da Marx, dallo studio della dialettica tra i duplici caratteri del lavoro.
Il lavoro salariato, quantità priva di determinazione, è impossibile senza la determinazione qualitativa del lavoro vivo. Il capitale è costretto a nascondere il suo nemico dentro di sé. Per quanto nascosto, non smette di esistere, al contrario è necessario all'esistenza del suo oppressore.
La morte muore, senza la vita.
Proprio per questo la speranza della liberazione, nonostante i desideri del dominio, non può essere annullata, e fa ritorno in ogni tempo, in forme diverse - facendosi ogni volta forte della vita che non può essere resa cosa.

Ma se la liberazione non si è mai data, non può essere che quella tra tempo come crisi e tempo come omogeneo sia una dialettica insuperabile - come quella tra linguaggio e tempo - e che il Messia non sia mai giunto semplicemente perché non giungerà mai?

La dialettica tra linguaggio e tempo e le dialettiche tra i duplici caratteri di linguaggio e tempo sono radicalmente diverse.
Linguaggio e tempo sono sfere distinte o separate.
I duplici caratteri sono tali rispetto a fenomeni di per sé unitari.
La negazione determinata, in quanto movimento dei caratteri vivi di linguaggio e tempo, non verrebbe meno dopo la liberazione. La liberazione, al contrario, è proprio il dispiegarsi della potenza della negazione.
La liberazione é il darsi di una società che non sia fondata sulla sussunzione, una società di cui i movimenti negativi del tempo come pluralità e del linguaggio come comunicazione siano gli elementi fondanti.
Ma perché, allora, si deve essere certi che il tempo messianico verrà?
Non se ne può affatto essere certi. Può di certo darsi che il tempo messianico non venga.
Ma, altra domanda, come si può essere certi del contrario?
Questa semplice, ingenua, domanda, che ha le sue radici non nella mera volontà soggettiva di sovvertire ma, bensì, nelle profonde e costitutive contraddizioni del dominio, è il più tremendo incubo per il potere - ed è insieme, ogni giorno, come il ricordo del corno della redenzione, il più potente canto di speranza per la liberazione. Questo canto, sempre nuovo, è la vita del mondo, e non può essere soppresso - poichè scorre nelle vene del tempo.


11. Un linguaggio liberato è un linguaggio che permetta ad ognuno di poter dare al proprio tempo significati plurali, dinamici, critici.
Il predominio del carattere di omogeneo del tempo è strettamente legato al fatto che il linguaggio dominante è quello del dominio.

12. La separazione tra tempo e linguaggio è condizione e risultato del prevalere del tempo omogeneo e del linguaggio come dominio.
La fine della separazione tra tempo e linguaggio, e dunque anche tra sociale e politico, è viceversa condizione e risultato delle liberazioni.

13. Si tratta di costruire una società fondata sulle liberazioni del tempo e del linguaggio, e sulla fine della loro separazione - una società basata sul potere di tutti.
Potere non come sostantivo, ma come pieno e reale poter fare.
Si tratta di porre fine alla combinazione stregata tra la menzogna linguistica della rappresentanza e la materiale mancanza di tempo della maggioranza.
Ovvero è ora che la società sia fondata sul rispetto delle due libertà più importanti, senza le quali qualunque altra libertà è una illusione.
La libertà di disporre pienamente del proprio tempo.
La libertà di praticare criticamente il linguaggio.
Una società che, in contrasto con tutte le precedenti forme di organizzazione, può propriamente essere chiamata panarchia.

Esiste una tradizione riguardo al concetto di panarchia?

Esiste, si tratta, all'interno della tradizione dei vinti che vollero vincere, della variegata corrente eretica, libertaria, antiautoritaria. Alcuni esponenti: Kafka, Benjamin, Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm.

Gli esponenti citati furono al margine dei movimenti politici. La panarchia si fonda dunque su una tradizione minoritaria?

I primi panarchici furono per lo più ai margini durante le loro vite. Ma il loro pensiero fecondò la generazione del '68. Il '68 è senza dubbio il primo movimento politico-sociale panarchico. In seguito, altri pensatori, per lo più francesi e italiani, si posero sul terreno panarchico, così come i più rilevanti movimenti politico-sociali di contestazione dell'esistente, fino al movimento di critica alla globalizzazione. Il '68 è stato un momento cairotico, l'inizio di un tempo nuovo, le cui potenze sono in gran parte ancora da dispiegare.


La tradizione anarchica fa parte della tradizione della panarchia?

Sì, ne fa parte.

Quali sono le basi storiche, oggi, della panarchia?


Oggi i capitali, globalizzati, sono molto più forti, ma lo stato, millenario nemico di ogni liberazione, è in profonda crisi. Gli stati sono sempre più oligarchici e sempre meno potenti. Come insegna Sun Tzu, bisogna colpire il nemico dove è più debole, e oggi lo stato è l'anello debole della catena del potere.
Perchè lo stato è in crisi? Per la potenza dei capitali globalizzati. Ma anche per la crescente composizione linguistica del lavoro. Quest'ultima è insieme causa e effetto della rivoluzione della comunicazione prodotta da Internet. Scrissero Marshall Mcluhan e Quentin Fiore: "Le società sono sempre state plasmate più dalla natura dei media attraverso cui gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunicazione". I giornali prima, e poi la radio e la televisione, sono stati i mass media della rappresentanza, potenti e costosi megafoni delle oligarchie, cui solo raramente, e solo nel caso dei giornali, ebbero accesso anche i rappresentanti di coloro che volevano mutare le cose. Internet può essere il media della panarchia.

Ma la panarchia non è solo democrazia diretta estesa e diffusa, poichè la democrazia diretta è possibile solo attraverso la liberazione dal lavoro alienato.
Dimenticare questa radice sociale della panarchia significa farla regredire a cieco illuminismo.
Vero, ma anche il contrario è vero - senza democrazia diretta, la liberazione dal lavoro alienato dura il breve mattino di tutte le rivoluzioni tradite del novecento.
Si inizi dunque ora da dove si può colpire, tenendo fermo che la liberazione, per essere tale, è di necessità subito duplice.

La panarchia deve essere pratica, progetto e profezia.

E non può essere in un solo paese, o in alcuni paesi.
Ma i cosmopolitismi neo-kantiani sullo Stato o sul Governo Mondiale non smetteranno mai, e a ragione, di terrorizzare i popoli, che ben sanno che gli stati, se non costretti, sono sempre stati dalla parte dei più forti. E non hanno motivo per non temere uno stato, da cui non si potrebbe neppure più fuggire in esilio.
Solo dalla liberazione può nascere l'unità.
"In quel giorno, Hashem sarò riconosciuto Uno, ed Uno sarà il suo nome." (Zekharià, 14, 9)