Monday, May 07, 2007

Indice 1-7/5/07

minima teorica Per una politica culturale(2) di Tc
talmudica A proposito di Karl Marx di Marcello Musto
contropeli Il dibattito sull'organizzazione nel '68 documento
americusa The invasion of theocrats di Paul Krugman
convegno Ostalgie letterarie di Simone Costagli
precario diario Gli innocenti di Per Fly di Boris Sollazzo
recensione Kafka ribelle di Mario Pezzella

Indice precedente

Indice 2006




Kafka ribelle. Un saggio di M. Löwy

di Mario Pezzella, il manifesto, 20 aprile



Un uomo ribelle, ironico, con simpatie sovversive: questo l'inconsueto ritratto di Kafka, come emerge dal libro di Michael Löwy, Kafka, sognatore ribelle (Eléuthera, pp. 136, euro 13). Löwy ricorda i contatti di Kafka con gli ambienti anarchici praghesi e la «passione antiautoritaria», da cui prende origine la sua opera letteraria. La sua ribellione contro l'autorità patriarcale possiede una dimensione storica e politica, presente anche nei romanzi maggiori. Il Processo - secondo Löwy -, oltre ad essere un resoconto di disperazione esistenziale, compie una critica radicale del potere burocratico, che domina lo stato del Novecento. L'autorità contestata da Kafka non è solo quella familiare e paterna, ma è l'impersonale e anonima burocrazia, che la sostituisce in forma sempre più radicale nel corso del secolo passato (come mostreranno gli studi sull'autorità e la famiglia della Scuola di Francoforte). Sembra che Kafka abbia affermato in una conversazione: «Le catene dell'umanità torturata sono di carta protocollo», riferendosi agli immani meandri e apparati amministrativi dello stato moderno, in cui l'individuo viene stritolato come una rondella insignificante. Il «Castello» dell'omonimo romanzo è il simbolo stesso di questa anonima impenetrabilità. Secondo Löwy, i romanzi di Kafka descrivono il passaggio epocale da un'autorità fondata sulla dipendenza personale, ad un potere astratto che si impone «come il meccanismo impersonale del congegno»(Löwy), destinato a uccidere i condannati nel racconto Nella colonia penale. In realtà, più che ad una completa eliminazione del potere arcaico e personale assistiamo nell'opera di Kafka al suo inedito connubio con una tecnologia «sofisticata, moderna, esatta, calcolata, razionale» (Löwy). Il più arcaico e il più moderno si fondono nell'ottusa brutalità dei funzionari kafkiani, che sono nonostante tutto i rappresentanti di un'autorità astratta e insondabile. Come già aveva osservato Walter Benjamin nel suo saggio su Kafka, il diritto e la burocrazia sono le incarnazioni moderne del destino, che impedisce la libertà e l'autodecisione. La reificazione burocratica è un'espressione di quella generalmente imposta dal capitalismo, di cui sembra che Kafka abbia affermato: «Il capitalismo è un sistema di dipendenze che procedono dall'alto al basso e dal basso all'alto. Tutto è dipendente, tutto è concatenato. Il capitalismo è una condizione del mondo e dell'anima».
Una lettura così dichiaratamente politica dell'opera di Kafka non esclude tuttavia altri piani di lettura - teologico, esistenziale, psicoanalitico -, collocandoli in una prospettiva critica e non convenzionale. Così, la meditazione teologica di Kafka non ha nulla in comune con le rassicuranti interpretazioni del suo amico Max Brod, per cui il Castello rappresenterebbe la Grazia o il governo di Dio. Come già avevano intuito Adorno e Benjamin, quella di Kafka è una teologia radicalmente negativa, in cui ogni Legge ed ogni Chiesa positiva hanno perso intima vitalità e si sono trasformate in apparati astratti al servizio del potere. «La non-presenza di dio nel mondo e la non-redenzione degli uomini», caratterizzano secondo Löwy la teologia negativa kafkiana. Come Benjamin, egli crede tuttavia in una «debole forza messianica», che sarebbe rimasta in possesso dell'umanità e sosterrebbe la sua resistenza contro il male e l'apparato del dominio. Come Bloch, Scholem e lo stesso Benjamin nei primi due decenni del secolo, Kafka è incline a una sorta di paradossale «anarchismo religioso»: la redenzione messianica richiede la cooperazione dell'uomo e questa si manifesta innanzittutto nella distruzione degli apparati di costrizione e di potere: «Il Messia verrà solo quando non sarà più necessario», scrive in tal senso Kafka in un aforisma del 1917, «non all'ultimo, ma all'ultimissimo giorno».


Anche l'ebraismo di Kafka va considerato alla luce della sua passione antiautoritaria. E' probabile che nella stesura del Processo Kafka sia stato influenzato da alcune condanne per «omicidio rituale», e dall'antisemitismo morboso che ne era derivato (in particolare quella contro Mendel Beiliss, del 1913). Esse gli ponevano innanzi in modo inconfutabile la maledizione del paria, che poteva colpire alla cieca e in modo irrazionale ogni ebreo (questa nozione è al centro di un grande saggio di Hannah Arendt del 1944). Tuttavia, questa condizione viene da lui progressivamente universalizzata. K. nel processo rapresenta la condizione ebraica, eppure allo stesso tempo la sorte che sempre più frequentemente può toccare ad ogni individuo sottoposto agli apparati giuridici della modernità. I romanzi di Kafka sono scritti «dal punto di vista dei vinti» (Löwy) e descrivono la reificazione che invade ormai ogni piega dell'esperienza soggettiva, senza risparmiare quel «foro interiore», che perfino Hobbes riteneva intangibile dalla violenza del potere. La corruzione della più intima soggettività è l'aspetto più inquietante dell'opera kafkiana, che Arendt ha indicato come interiorizzazione della colpa e identificazione con l'aggressore.


Una lettura così dichiaratamente politica dell'opera di Kafka non esclude tuttavia altri piani di lettura - teologico, esistenziale, psicoanalitico -, collocandoli in una prospettiva critica e non convenzionale. Così, la meditazione teologica di Kafka non ha nulla in comune con le rassicuranti interpretazioni del suo amico Max Brod, per cui il Castello rappresenterebbe la Grazia o il governo di Dio. Come già avevano intuito Adorno e Benjamin, quella di Kafka è una teologia radicalmente negativa, in cui ogni Legge ed ogni Chiesa positiva hanno perso intima vitalità e si sono trasformate in apparati astratti al servizio del potere. «La non-presenza di dio nel mondo e la non-redenzione degli uomini», caratterizzano secondo Löwy la teologia negativa kafkiana. Come Benjamin, egli crede tuttavia in una «debole forza messianica», che sarebbe rimasta in possesso dell'umanità e sosterrebbe la sua resistenza contro il male e l'apparato del dominio. Come Bloch, Scholem e lo stesso Benjamin nei primi due decenni del secolo, Kafka è incline a una sorta di paradossale «anarchismo religioso»: la redenzione messianica richiede la cooperazione dell'uomo e questa si manifesta innanzittutto nella distruzione degli apparati di costrizione e di potere: «Il Messia verrà solo quando non sarà più necessario», scrive in tal senso Kafka in un aforisma del 1917, «non all'ultimo, ma all'ultimissimo giorno». Anche l'ebraismo di Kafka va considerato alla luce della sua passione antiautoritaria. E' probabile che nella stesura del Processo Kafka sia stato influenzato da alcune condanne per «omicidio rituale», e dall'antisemitismo morboso che ne era derivato (in particolare quella contro Mendel Beiliss, del 1913). Esse gli ponevano innanzi in modo inconfutabile la maledizione del paria, che poteva colpire alla cieca e in modo irrazionale ogni ebreo (questa nozione è al centro di un grande saggio di Hannah Arendt del 1944). Tuttavia, questa condizione viene da lui progressivamente universalizzata. K. nel processo rapresenta la condizione ebraica, eppure allo stesso tempo la sorte che sempre più frequentemente può toccare ad ogni individuo sottoposto agli apparati giuridici della modernità. I romanzi di Kafka sono scritti «dal punto di vista dei vinti» (Löwy) e descrivono la reificazione che invade ormai ogni piega dell'esperienza soggettiva, senza risparmiare quel «foro interiore», che perfino Hobbes riteneva intangibile dalla violenza del potere. La corruzione della più intima soggettività è l'aspetto più inquietante dell'opera kafkiana, che Arendt ha indicato come interiorizzazione della colpa e identificazione con l'aggressore.
Alla fine del Processo, K. si lascia uccidere quasi senza reagire, come rassegnato e convinto della propria colpa. In realtà, per quel poco che sappiamo della sua vita, egli non è colpevole per avere resistito o trasgredito a qualche legge, ma per aver partecipato senza protesta all'apparato anonimo e impersonale, che ora lo colpisce personalmente. Burocrate egli stesso, K. è solitario, narcisista e indifferente alla sorte degli altri. Egli ha compiutamente interiorizzato la legge dell'apparato, prima di subirne e comprenderne sul suo corpo la cieca violenza. Il male compiuto da K. è una «banale» pertecipazione all'indifferenza e alla passività collettiva, come quelle che poi realmente permetteranno la creazione dei totalitarismi e dei campi di sterminio. Il romanzo descrive il risveglio doloroso della sua coscienza e la sua tardiva decisione a lottare. Come spesso Kafka ripete nella sua opera, il rinvio e la sospensione indefinita conducono a perdere l'attimo propizio, che precipita inesorabilmente nel tempo mancato.
Alla fine del Processo, K. si lascia uccidere quasi senza reagire, come rassegnato e convinto della propria colpa. In realtà, per quel poco che sappiamo della sua vita, egli non è colpevole per avere resistito o trasgredito a qualche legge, ma per aver partecipato senza protesta all'apparato anonimo e impersonale, che ora lo colpisce personalmente. Burocrate egli stesso, K. è solitario, narcisista e indifferente alla sorte degli altri. Egli ha compiutamente interiorizzato la legge dell'apparato, prima di subirne e comprenderne sul suo corpo la cieca violenza. Il male compiuto da K. è una «banale» pertecipazione all'indifferenza e alla passività collettiva, come quelle che poi realmente permetteranno la creazione dei totalitarismi e dei campi di sterminio. Il romanzo descrive il risveglio doloroso della sua coscienza e la sua tardiva decisione a lottare. Come spesso Kafka ripete nella sua opera, il rinvio e la sospensione indefinita conducono a perdere l'attimo propizio, che precipita inesorabilmente nel tempo mancato.

Labels:


Gli innocenti di Per Fly e i loro cattivi maestri


di Boris Sollazzo, Liberazione, 13 aprile


“Abbiamo aziende che producono gun pods per gli F 16, che poi volano per ammazzare migliaia di persone e sottoscriviamo accordi con l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che muove guerre commerciali contro milioni di poveri nel mondo. Anche questa è violenza! Da una parte abbiamo un poliziotto che muore, e dall’altra abbiamo un bambino iracheno che muore di leucemia perché usiamo uranio impoverito nelle nostre testate. Sono solo due vittime della stessa guerra”. Così ne Gli innocenti di Per Fly il docente universitario di scienze sociali Carsten (Jesper Christensen), spiega un sabotaggio ad un’industria di armi ad opera di una cellula terroristica di estrema sinistra, in cui muore Lars, poliziotto e amato padre di famiglia. Attorno a questo ragionamento, attorno a questo evento si sviluppa un film deflagrante, che non ci risparmia alcuna conseguenza, umana e politica, di un atto del genere. Senza ipocrisie, senza buonismi, senza forzature. Carsten, che scoprirà di essere un “cattivo maestro”, ha una storia extraconiugale con una sua alunna, Pil (scelta del nome alla Bellocchio, geniale), tanto bella quanto idealista, anche grazie alle sue lezioni politicamente scorrette. Per giovanile entusiasmo e ansia di giustizia lei parteciperà all’attentato e avrà un ruolo centrale nell’assassinio. Da qui comincia una vibrante e drammatica discesa agli inferi, che coincide con il processo a Pil e ai suoi due compagni. Il loro silenzio li mette di fronte all’essere, tutti e tre, condannati a 16 anni di carcere o assolti con formula piena. Qui comincia la lotta di Carsten, nell’appoggiare con ogni mezzo la giovane amante (Beate Bille). Diventa un fascio di nervi che distrugge ogni cosa, soprattutto se stesso, mosso dall’amore e dalla volontà di ritrovare la voglia di lottare, di essere vivo. Una banale crisi di mezz’età, ma anche la volontà di riscattarsi dal senso di colpa di aver scelto una vita borghese. Jesper Christensen è straordinario nell’impersonare quest’uomo complesso e drammaticamente semplice, ritratto perfetto in cui il regista, come già aveva fatto nei bellissimi La panchina e L’eredità, riunisce le squallide contraddizioni dell’uomo di oggi. Sconvolge la sorprendente consequenzialità che unisce terrorismo e inaridimento dei rapporti personali, crisi delle ideologie e guerra al terrore con le debolezze e le forze più primarie dell’animo umano. Per Fly dirige con l’assenza degli stessi pregiudizi che demolisce nel film e con un talento cinematografico e analitico di altissimo livello. L’attacco al fascismo della globalizzazione, alla guerra commerciale è feroce tanto quanto l’impietosa analisi di una sinistra salottiera e teorica, una “meglio gioventù” che ha tradito tutto e tutti, a partire da se stessa. Carsten ne è un simbolo, inizialmente monumentale e granitico, poi debole e patetico. Fa male pensare che anche il cinema italiano potrebbe spingersi in questi campi minati, invece di ostinarsi in viaggi di formazione da “Avventure nel mondo”, magari guardando dentro la propria realtà, mettendo in crisi i veri cattivi maestri, quelli che sanno di esserlo e non si mettono in discussione. Un film coraggioso, forse troppo. Come quella Teodora Film (al 27° film in 7 anni) che con incosciente bravura continua a scovare film preziosi, necessari. E per questo, spesso, “dimenticati” dagli altri.

Labels:


Ostalgie letterarie

di Simone Costagli, il manifesto, 19 aprile


Non c'è forse nazione, almeno in Europa, che viva in modo più drammatico della Germania il rapporto con la propria memoria e la propria coesione. Anche dopo la riunificazione, che ormai è Storia, le ferite di una colpa che si fa sempre più lontana nel tempo, così come la ricongiunzione sotto un'unica identità di un paese tagliato in due per decenni, pongono interrogativi che sono espressi non al tempo passato, ma in quello presente: «che cosa resta?» è la domanda, forse non priva di un sapore retorico, che riassume qualsiasi riflessione sulla Germania. Per loro fortuna - almeno quello, e non è poco - i tedeschi ancora sanno, secondo l'adagio di Hölderlin, che quanto resta lo creano i poeti, e, difatti, la voce degli scrittori viene ascoltata, discussa, stimola dibattiti. Non a caso, anche qui da noi, la notizia venuta dalla Germania che ha destato più attenzione e scalpore negli ultimi tempi è stata (insieme a quelle dagli stadi dei mondiali di calcio) la rivelazione che il più noto scrittore tedesco era stato in gioventù volontario nelle Waffen-SS. Visti da un'ottica che privilegia il loro valore di tramite per fenomeni che coinvolgono i gruppi sociali, i testi narrativi possono sostituirsi a rilevazioni sul campo condotte per studiare l'evoluzione del quotidiano: da parte loro, nei casi più riusciti, essi possono contare, sul vantaggio del piacere della lettura. «Identità» e «memoria» non sono termini che conducono in modo diretto alla pratica letteraria: appartengono, piuttosto, alla sfera della psiche, individuale in primo luogo, e secondariamente di gruppo, quando i meccanismi del loro funzionamento sono trasferiti dal singolo alla collettività. La dinamica degli studi letterari ha tuttavia assunto su di sé questi concetti, anche perché, nell'epoca presente, essi attraversano i vari livelli della comunicazione. Ci riferiamo ai dibattiti sulla «identità europea», già formata o ancora da costruire, oppure a quelli relativi alla «giusta» memoria che un popolo deve avere della propria storia: i casi del significato da attribuire alla lotta partigiana, come quello dell'esodo dall'Istria alla fine della Seconda Guerra Mondiale ci dicono quanto, anche in Italia, una memoria condivisa sia questione niente affatto semplice. Ma necessaria, tornando qui al primo termine della coppia concettuale, se si ritiene che proprio sulla condivisione del racconto dei nostri ricordi comuni si basi l'identità di una nazione. Proprio in questo raccordo tra narrazione e idea di nazione si fonda il legame tra letteratura e sociologia: non è forse vero che uno storico sociale come Benedict Anderson ha utilizzato a piene mani proprio i romanzi ottocenteschi come fonte di studio delle «comunità immaginate», e per indagare lo sviluppo del nazionalismo?
Nel tempo presente, la letteratura tedesca, dunque, continua a svolgere quel ruolo di collettore tra le storie dei singoli e quelle della comunità, riportando alla luce fatti del passato da un'ottica personale, a volte discordante rispetto a una narrazione ufficiale che da più parti si cerca di far accettare come l'unica. «La memoria è la vita, portata avanti dei gruppi viventi, e, a questo titolo, si trova in un'evoluzione permanente, aperta alla dialettica del ricordo e dell'amnesia... La storia è ricostruzione sempre problematica e incompleta di ciò che non esiste più»: le parole di Pierre Nora, tratte dalla sua introduzione ai Luoghi della memoria, possono far storcere la bocca a qualche storico di professione, il quale obietterà forse come la memoria dei singoli sia alquanto incoerente e influenzabile, dunque non sempre uno strumento totalmente affidabile. Ma proprio dalla forma che questa memoria assume cristallizzandosi nelle opere letterarie è possibile interpretare almeno una parte del modo con cui la storia si imprime nelle vicende personali. Pensiamo al caso della Östalgie, nelle sue inflessioni letterarie di Jens Spahrschuh (Il venditore di fontane) e Thomas Brussig (in particolare In fondo al viale del sole), come a quello di uno dei generi più praticati negli ultimi anni, i Familienromane (romanzi famigliari), tra i quali vale la pena citare almeno Come mio fratello di Uwe Timm. Nel primo, che ha beneficiato di attenzione anche perché veicolato da un film di sicuro e calcolato effetto come Goodbye, Lenin!, si vede quella strana magia che si appiccica agli oggetti quotidiani e continua, al di là delle a volte astruse macchinazioni della politica, a ispirare quel senso di comunità di cui si parlava. \n\u003cbr\>Se la memoria è fatta con marche di prodotti e con simboli rifiutati dalla storia, la risposta alla domanda «cosa resta?» può esser presa per irriverente e inaspettata; non nasconde però il dramma di coloro per i quali «libertà» ha significato in primo luogo accettare senza scelta il modo di vivere del mercato globale. Nel secondo caso, al di là di come i testi storici raccontano il nazionalsocialismo, i tedeschi si sono innamorati negli ultimi anni dell'idea che, in fondo, basta frugare negli album di famiglia: una ricostruzione non facile da affrontare senza sensi di colpa, perché significa anche interrogare il sangue del proprio stesso sangue riguardo a crimini di per sé inenarrabili. Nel tempo presente, la letteratura tedesca, dunque, continua a svolgere quel ruolo di collettore tra le storie dei singoli e quelle della comunità, riportando alla luce fatti del passato da un'ottica personale, a volte discordante rispetto a una narrazione ufficiale che da più parti si cerca di far accettare come l'unica. «La memoria è la vita, portata avanti dei gruppi viventi, e, a questo titolo, si trova in un'evoluzione permanente, aperta alla dialettica del ricordo e dell'amnesia... La storia è ricostruzione sempre problematica e incompleta di ciò che non esiste più»: le parole di Pierre Nora, tratte dalla sua introduzione ai Luoghi della memoria, possono far storcere la bocca a qualche storico di professione, il quale obietterà forse come la memoria dei singoli sia alquanto incoerente e influenzabile, dunque non sempre uno strumento totalmente affidabile. Ma proprio dalla forma che questa memoria assume cristallizzandosi nelle opere letterarie è possibile interpretare almeno una parte del modo con cui la storia si imprime nelle vicende personali. Pensiamo al caso della Östalgie, nelle sue inflessioni letterarie di Jens Spahrschuh (Il venditore di fontane) e Thomas Brussig (in particolare In fondo al viale del sole), come a quello di uno dei generi più praticati negli ultimi anni, i Familienromane (romanzi famigliari), tra i quali vale la pena citare almeno Come mio fratello di Uwe Timm. Nel primo, che ha beneficiato di attenzione anche perché veicolato da un film di sicuro e calcolato effetto come Goodbye, Lenin!, si vede quella strana magia che si appiccica agli oggetti quotidiani e continua, al di là delle a volte astruse macchinazioni della politica, a ispirare quel senso di comunità di cui si parlava. Se la memoria è fatta con marche di prodotti e con simboli rifiutati dalla storia, la risposta alla domanda «cosa resta?» può esser presa per irriverente e inaspettata; non nasconde però il dramma di coloro per i quali «libertà» ha significato in primo luogo accettare senza scelta il modo di vivere del mercato globale. Nel secondo caso, al di là di come i testi storici raccontano il nazionalsocialismo, i tedeschi si sono innamorati negli ultimi anni dell'idea che, in fondo, basta frugare negli album di famiglia: una ricostruzione non facile da affrontare senza sensi di colpa, perché significa anche interrogare il sangue del proprio stesso sangue riguardo a crimini di per sé inenarrabili.
Non si deve credere tuttavia che letteratura tedesca contemporanea si esaurisca in un solipsistico viaggio intorno all'ombelico della memoria: esistono tendenze che la strappano in avanti, come la vivace letteratura dei migranti, turchi in particolare, come i libri di Feridun Zaimoglu oppure di Emine Sevgi Özdamar; oppure alcuni divertissements pop e postmoderni, pensiamo al recente bestseller di Daniel Kehlmann La misura del mondo. Esplorarne l'intera circonferenza diventa così un compito difficile e affascinante, dato che il contemporaneo, quanto più è vicino a noi, tanto più ci si presenta come terra incognita, perché ancora la sua immagine è magmatica e in trasformazione, e perché non si può fare affidamento su strumenti di misurazione di consolidata efficacia. Per fornire un primo bilancio di quello che è stata ed è la letteratura tedesca dopo la Riunificazione, l'ateneo italo-tedesco di Trento ospita dal 19 al 21 aprile, presso la Fondazione Bruno Kessler, studiosi provenienti dall'Italia e dall'estero (in primo luogo, naturalmente dalla Germania). «Identità e memoria» è appunto il titolo di questo convegno, che riassume i due cardini intorno ai quali è possibile ricostruire un percorso comune tra le molte esperienze letterarie. Ad alimentare il dibattito sarà la voce viva degli scrittori invitati; o per meglio dire scrittrici, visto che uno degli aspetti interessanti di questo convegno è che la presenza degli autori è quasi interamente «al femminile». In omaggio all'idea ispiratrice, quella della letteratura, appunto, come riflessione immediata di un sentire individuale riguardo ad esperienze collettive, è stato loro chiesto di intervenire in primo luogo con una produzione originale, che confluirà negli atti, un testo breve che sarà stimolo per domande di studiosi ed appassionati, da cui si potrà tornare quindi alla lettura di brani anche di opere già edite: come dire, letteratura e critica letteraria «dal vivo». Non si deve credere tuttavia che letteratura tedesca contemporanea si esaurisca in un solipsistico viaggio intorno all'ombelico della memoria: esistono tendenze che la strappano in avanti, come la vivace letteratura dei migranti, turchi in particolare, come i libri di Feridun Zaimoglu oppure di Emine Sevgi Özdamar; oppure alcuni divertissements pop e postmoderni, pensiamo al recente bestseller di Daniel Kehlmann La misura del mondo. Esplorarne l'intera circonferenza diventa così un compito difficile e affascinante, dato che il contemporaneo, quanto più è vicino a noi, tanto più ci si presenta come terra incognita, perché ancora la sua immagine è magmatica e in trasformazione, e perché non si può fare affidamento su strumenti di misurazione di consolidata efficacia. Per fornire un primo bilancio di quello che è stata ed è la letteratura tedesca dopo la Riunificazione, l'ateneo italo-tedesco di Trento ospita dal 19 al 21 aprile, presso la Fondazione Bruno Kessler, studiosi provenienti dall'Italia e dall'estero (in primo luogo, naturalmente dalla Germania). «Identità e memoria» è appunto il titolo di questo convegno, che riassume i due cardini intorno ai quali è possibile ricostruire un percorso comune tra le molte esperienze letterarie. Ad alimentare il dibattito sarà la voce viva degli scrittori invitati; o per meglio dire scrittrici, visto che uno degli aspetti interessanti di questo convegno è che la presenza degli autori è quasi interamente «al femminile». In omaggio all'idea ispiratrice, quella della letteratura, appunto, come riflessione immediata di un sentire individuale riguardo ad esperienze collettive, è stato loro chiesto di intervenire in primo luogo con una produzione originale, che confluirà negli atti, un testo breve che sarà stimolo per domande di studiosi ed appassionati, da cui si potrà tornare quindi alla lettura di brani anche di opere già edite: come dire, letteratura e critica letteraria «dal vivo».

Labels:


The invasion of theocrats

di Paul Krugman, New York Times, 13 aprile


In 1981, Gary North, a leader of the Christian Reconstructionist movement -- the openly theocratic wingof the Christian right -- suggested that the movement could achieve power by stealth. "Christians must begin to organize politically within the present partystructure," he wrote, "and they must begin to infiltrate the existing institutional order."Today, Regent University, founded by the televangelist Pat Robertson to provide "Christian leadership to changethe world," boasts that it has 150 graduates working inthe Bush administration. Unfortunately for the image of the school, where Mr.Robertson is chancellor and president, the most famous of those graduates is Monica Goodling, a product of theuniversity's law school. She's the former top aide to Alberto Gonzales who appears central to the scandal of the fired U.S. attorneys and has declared that she willtake the Fifth rather than testify to Congress on thematter. The infiltration of the federal government by largenumbers of people seeking to impose a religious agenda -- which is very different from simply being people offaith -- is one of the most important stories of thelast six years. It's also a story that tends to gounderreported, perhaps because journalists are afraid ofsounding like conspiracy theorists. But this conspiracy is no theory. The official platformof the Texas Republican Party pledges to "dispel themyth of the separation of church and state." And theTexas Republicans now running the country are doingtheir best to fulfill that pledge.Kay Cole James, who had extensive connections to thereligious right and was the dean of Regent's government school, was the federal government's chief personnelofficer from 2001 to 2005. (Curious fact: she then tooka job with Mitchell Wade, the businessman who bribedRepresentative Randy "Duke" Cunningham.) And it's clearthat unqualified people were hired throughout the administration because of their religious connections.For example, The Boston Globe reports on one Regent lawschool graduate who was interviewed by the Justice Department's civil rights division. Asked what SupremeCourt decision of the past 20 years he most disagreed with, he named the decision to strike down a Texas anti-sodomy law. When he was hired, it was his only joboffer.Or consider George Deutsch, the presidential appointeeat NASA who told a Web site designer to add the word"theory" after every mention of the Big Bang, to leave open the possibility of "intelligent design by acreator." He turned out not to have, as he claimed, adegree from Texas A&M.One measure of just how many Bushies were appointed topromote a religious agenda is how often a Christianright connection surfaces when we learn about a Bushadministration scandal.There's Ms. Goodling, of course. But did you know thatRachel Paulose, the U.S. attorney in Minnesota -- threeof whose deputies recently stepped down, reportedly inprotest over her management style -- is, according to alocal news report, in the habit of quoting Bible versesin the office? Or there's the case of Claude Allen, the presidential aide and former deputy secretary of health and humanservices, who stepped down after being investigated forpetty theft. Most press reports, though they mentioned Mr. Allen's faith, failed to convey the fact that hebuilt his career as a man of the hard-line Christianright. And there's another thing most reporting fails toconvey: the sheer extremism of these people. You see, Regent isn't a religious university the wayLoyola or Yeshiva are religious universities. It's runby someone whose first reaction to 9/11 was to brand itGod's punishment for America's sins.Two days after the terrorist attacks, Mr. Robertson helda conversation with Jerry Falwell on Mr. Robertson's TVshow "The 700 Club." Mr. Falwell laid blame for theattack at the feet of "the pagans, and the abortionists, and the feminists, and the gays and the lesbians," notto mention the A.C.L.U. and People for the American Way."Well, I totally concur," said Mr. Robertson.The Bush administration's implosion clearly represents asetback for the Christian right's strategy ofinfiltration. But it would be wildly premature todeclare the danger over. This is a movement that hasshown great resilience over the years. It will surelyfind new champions. Next week Rudy Giuliani will be speaking at Regent's Executive Leadership Series.

Labels:


Il dibattito sull'organizzazione nel '68



Nel settembre del 1968 nel Potere operaio pisano si svolse un intenso dibattito sui problemi dell’organizzazione, che ebbe nei mesi successivi una grande circolazione nella sinistra rivoluzionaria italiana.
Il dibattito ebbe il pregio di affrontare come né scontato né risolto il problema dell’organizzazione politica, rifiutando l’assunzione passiva di modelli dati, compreso quello cinese, molto popolare tra i militanti rivoluzionari in quegli anni. Altro merito del dibattito fu l’assumere con nettezza la pluralità dei soggetti sociali della trasformazione, cosa ancora rara nella sinistra rivoluzionaria (operai, studenti, contadini erano i soggetti più citati, e del resto proprio dagli ambienti del Potere operaio pisano erano venute le Tesi della Sapienza, ovvero uno dei più antichi e più importanti documenti di auto-riconoscimento sociale del soggetto studentesco).
Ma il dibattito – che si aggirò in particolare intorno al tema della priorità da dare alle “avanguardie esterne” oppure alle “avanguardie interne” – fu in larga misura troppo astratto. Il problema fu affrontato in termini assoluti (il che di solito è un pessimo modo di affrontare i problemi di organizzazione) con la tendenza, da una parte, a mitizzare la capacità dei soggetti sociali di costituire autonomamente avanguardie politiche, di cui il partito sarebbe un mero collettore/coordinatore (con un evidente generalizzazione assai impropria dell’esperienza particolare del soggetto studentesco di allora), e dall’altra parte, in particolare su influsso del modello cinese, ma anche con evidenti risonanze moralistiche dalla tradizione cattolica, a presentare i militanti del partito rivoluzionario come dei puri enti trascendenti il reale su cui dovrebbero intervenire.
Il dibattito dimostrò così sia le potenzialità che i limiti del modo di porre il problema dell’organizzazione dopo il movimento studentesco del ’68, e per questo oggi merita di essere studiato
[Adriano Sofri, il ’68 e il Potere operaio pisano, a c. d. R. Massari, Massari editore, 1998, pp. 297-367].
Abbiamo scelto di riportare la parte conclusiva della prima relazione introduttiva, di Luciano della Mea, che ci è sembrata concentrarsi più di altri momenti del dibattito su alcune proposte concrete di un certo interesse (non riprese poi dallo stesso relatore nel suo intervento successivo, tutto su "avanguardie esterne vs. avanguardie interne").
In particolare, dal confronto con l'Sds berlinese, emerge l'idea di un'organizzazione costruita prioritariamente attraverso gruppi di lavoro. Ovvero, un modo di provare ad affrontare concretamente il problema della relazione tra politico e sociale dal punto di vista dell'organizzazione - che il resto del dibattito aveva posto correttamente al centro, esaurendosi però poi in una discussione priva di determinazioni. (Tc)

Se dobbiamo percorrere questa strada, mi sembra che non si possa tardare oltre nella ricerca di forme organizzative proprie di un’avanguardia rivoluzionaria.
[…]
L’organizzazione del lavoro d’intervento e anche di elaborazione politica in gruppi è stato il primo passo in tale direzione. Abbiamo tuttavia concepito i gruppi in forme non rigide sia nella partecipazione dei compagni sia nel rapporto dei gruppi con gli altri gruppi e con i compagni che di fatto hanno diretto politicamente: nel senso che non è necessario anzi credo che sia dannoso, che i gruppi si solidifichino intorno agli stessi compagni, che i gruppi non abbiano una loro “spontaneità” pratica, una loro autonomia, ecc. Ma si è nel contempo andati avanti rispetto al lavoro, diciamo così assembleare, che in larga misura registrava quantitativamente e qualitativamente presenze larghe ma partecipazioni scarse sia alla discussione, sia - e ancor più - al lavoro pratico.
L’organizzazione dei gruppi ha reso anche più largo e più collettivo il lavoro di direzione, superando a poco a poco quel carattere personalistico o familiare che l’assemblearismo determina ricorrentemente a livello di direzione politica.
[…] Si tratta, insomma, di darci un ufficio politico o qualcosa di corrispondente che abbia la responsabilità collettiva del lavoro e la eserciti secondo una opportuna suddivisione di compiti e di responsabilità al suo interno […] Le mie proposte erano due: un ufficio politico composto da compagni che rappresentino i vari gruppi […] revocabili o anche, in caso di necessità, sostituibili (magari fissando i tempi per le opportune rotazioni); oppure un ufficio politico formato da un certo numero di compagni eletti dall’assemblea, revocabili e comunque solo per un periodo determinato. Vorrei aggiungere ora che la preoccupazione che muove al ricambio e alla revoca non è meramente democraticistica, ma soprattutto funzionale, nel senso che è opportuno che tutti i compagni facciano un’esperienza di direzione politica […]
Tornando alla Sds, risulta, ad esempio, che a Berlino la direzione politica è assunta da un consiglio composto da un numero variabile di compagni che vi vengono eletti, alcuni dall’assemblea plenaria, alcuni dai cosiddetti “gruppi di progettazione” (formula, questa, da noi facilmente adattabile). Il consiglio berlinese ha compiti consultivi e anche esecutivi. I compagni della Sds sono generalmente raggrupati in “gruppi di progettazione”, formazioni che hanno funzione formativa e di addestramento insieme, nei quali si lavora attorno a determinati problemi, diversi dai nostri (loro si occupano del “Terzo Mondo”, della “Strategia”, della “Metropoli”, dei “Consigli”, ecc.). Questi gruppi però svolgono anche una loro pratica sociale (conferenze, discussioni, dimostrazioni, manifestazioni, cortei cui partecipano come gruppi unitari).
Questi gruppi, dunque, delegano dei compagni a far parte del consiglio, compagni che sono revocabili dai gruppi stessi. L’assemblea dei gruppi di progettazione forma il consiglio generale dove si pianifica per un semestre la strategia e la tattica della Sds berlinese. Risulta inoltre che da questi gruppi si sono sviluppate o si vanno sviluppano strutture organizzative parallele. Si tratterebbe per ora di due “Istituti”: uno di ricerca e informazione internazionale e uno di antiopinione pubblica. […]
La responsabilizzazione dell’ufficio politico comporterebbe in pratica la determinazione di compiti specifici (anche qui in modo non rigido), compiti che, essendo prevedibilmente onerosi, sarebbe forse opportuno affidare sempre a più di un compagno (due): movimento studentesco, movimento operaio, servizi, movimento contadino, rapporti con gli altri gruppi vicino a Potere operaio, rapporti con le altre forze politiche, coordinamento interno, autodifesa e repressione, quattrini,quartieri e paesi, studio e propaganda. Ecco alcuni dei compiti relativi a settori di lavoro esistenti o prevedibili.

Labels:


A proposito di Karl Marx









Arriva un altro Marx. Caccia al tesoro a Berlino.


di Marcello Musto, l'Unità, 31 marzo


Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali. La sua persistente capacità esplicativa del mondo d’oggi ne ripropone il valore del pensiero e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti vengono rispolverati sempre più frequentemente.
L’esempio più significativo di questa riscoperta è la ripresa della pubblicazione delle sue opere. Infatti, nonostante l’enorme diffusione che le teorie di Marx hanno avuto durante il Novecento, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica dei propri scritti. Tra tutti i più grandi pensatori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.
Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre considerare le svariate vicende del movimento operaio che, troppo spesso, hanno ostacolato, anziché favorito, la stampa dei suoi testi. Dopo la morte di Marx ed Engels, i conflitti all’interno del Partito Socialdemocratico Tedesco fecero si che l’eredità letteraria dei due autori fosse trattata con la massima negligenza. Il primo tentativo di pubblicare le loro opere complete, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), avvenne solo a partire dagli anni Venti e in Unione Sovietica. Tuttavia, le epurazioni staliniane dei primi anni Trenta, che colpirono anche i principali studiosi impegnati nell’impresa, e l’avvento del nazismo in Germania interruppero bruscamente questa edizione. Il successivo tentativo di riprodurre tutti gli scritti dei due pensatori, la cosiddetta MEGA², fu avviato soltanto nel 1975, ma fu anch’esso sospeso, stavolta in seguito al crollo dei paesi socialisti. Così, nel 1990, con lo scopo di completare questa edizione, è nata la Fondazione-Internazionale-Marx-Engels (Imes), che raggruppa studiosi di tre continenti. Il suo progetto è di enorme importanza, se si considera che una parte consistente dei manoscritti marxiani resta ancora inedita e che questo lavoro ciclopico costituisce la base per nuove traduzioni degli scritti di Marx ed Engels in tutte le lingue. Esso comprende quattro sezioni che dovranno, rispettivamente, dare alle stampe: tutte le loro opere; la loro corrispondenza; Il capitale e i suoi tanti manoscritti preparatori; gli oltre duecento quaderni di appunti (in ben otto lingue) dalle più svariate discipline, che costituiscono il cantiere della elaborazione di Marx. Fino ad oggi dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 53 (ben 13 dopo la ripresa della pubblicazione avvenuta nel 1998), ognuno dei quali consta di due voluminosi tomi: il testo e l’apparato critico (dettagliate informazioni su www.bbaw.de/vs/mega).
Resta dunque da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello spacciato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Per quanto paradossale possa apparire Karl Marx è un autore misconosciuto. La sistematizzazione della sua teoria critica operata dagli epigoni, l’impoverimento teorico che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione e la censura dei suoi scritti e il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, lo hanno reso vittima di una profonda e reiterata incomprensione. La riscoperta della sua opera mostra la diversità tra Marx e il «marxismo», tra la ricchezza di un orizzonte problematico e polimorfo, tutto ancora da esplorare, e la dottrina che ne ha alterato la concezione originaria sino a divenirne sua manifesta negazione. Così, al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce quello di un autore che lasciò incompleti la gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, a ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi. Due soli esempi: il carattere frammentario al quale è stata restituita, nella sua ultima edizione, L’ideologia tedesca rende evidente la falsificazione interpretativa di parte «marxista-leninista», che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo storico» (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx). Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va ripercorsa nella totalità della sua opera. Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati alle stampe portando alla luce gli oltre 5.000 interventi redazionali compiuti da Engels in veste di editore, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a successive elaborazioni. L’imminente completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx ne consentirà, finalmente, una valutazione certa.
Ciò che, invece, è certo sin d’ora è il valore delle sue incessanti fatiche intellettuali che, anche se incompiute, rimangono geniali e feconde di penetranti interpretazioni del mondo contemporaneo. Davanti alle contraddizioni e alla crisi della società capitalistica si ritorna, dunque, a interrogare quel Marx messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Sgomberato il terreno dai sedicenti proprietari del suo pensiero, l’auspicio è che a rispondere, questa volta, ci sarà lui per davvero.



Nota biografica su Karl Marx
di Marcello Musto


Karl Marx nacque a Treviri, da una famiglia di origini ebraiche, il 5 maggio del 1818. Dal 1835 fu studente di Diritto alle università di Bonn e Berlino, ma ben presto il suo interesse principale si volse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana allora dominante. Nel 1841 fu promosso dottore in Filosofia all’Università di Jena, con una tesi sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Un amico del tempo lo descriveva così: «immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel uniti in una persona (e dico uniti, non messi insieme alla rinfusa) e avrai Karl Marx». Anche il suo aspetto esteriore non passava inosservato. La carnagione scura, accentuata dai peli neri e fittissimi che gli spuntavano dovunque, e la vistosa capigliatura corvina, gli valsero, infatti, il soprannome che lo accompagnò per tutta la vita: il Moro.
La partecipazione al movimento dei Giovani Hegeliani gl’impedì la carriera accademica cui aspirava. Così, nel 1842-43, le sue brillanti doti di polemista furono al servizio del liberalismo democratico della «Gazzetta Renana», della quale divenne, giovanissimo, redattore capo. Quando la censura colpì il quotidiano di Colonia, Marx scelse l’esilio, prima a Parigi e poi a Bruxelles.
In questo periodo, il suo pensiero compì un’importante maturazione. Egli si separò dalla filosofia che intendeva il cambiamento del mondo come mero compito teoretico: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo»; scoprì la potenzialità rivoluzionaria del proletariato; aderì al comunismo ed iniziò lo studio critico dell’economia politica. L’incontro con Friedrich Engels, infine, sancì un’amicizia e collaborazione che durarono quarant’anni. I lavori giovanili, tra i quali figurano i Manoscritti economico-filosofici e L’ideologia tedesca, rimasero incompleti e furono pubblicati soltanto nel 1932. Essi, tuttavia, permisero a Marx di elaborare il filo conduttore dei suoi studi, la concezione materialistica della storia, che in seguito definì così: «L’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita».
Nel 1847, in polemica col socialista francese Proudhon, diede alle stampe Miseria della filosofia. Nel 1848, scrisse insieme con Engels Il manifesto del partito comunista. Il suo incipit, «Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo», non è meno celebre della sua tesi di fondo: «la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi». Dopo lo scoppio delle rivoluzioni, fu direttore della «Nuova Gazzetta Renana», ma nel 1849, con la sconfitta del movimento rivoluzionario, fu costretto a rifugiarsi a Londra, dove vivrà in esilio fino alla morte, che lo colpì nel 1883.
I primi anni Cinquanta furono il peggior periodo dell’esistenza di Marx. Egli visse in condizioni di profonda miseria, a causa della quale perse tre figli, e tormentato dalla malattia. Riuscì a sopravvivere soltanto grazie all’aiuto di Engels e con i ricavi della sua corrispondenza con il «New-York Tribune», all’epoca il quotidiano più venduto al mondo. Nonostante le terribili condizioni di vita, Marx riuscì a proseguire gli studi di economia politica. Sono gli anni trascorsi, in totale isolamento, nella biblioteca del British Museum. Dal 1857, pervaso da una rinnovata produttività intellettuale, riprese il progetto della sua «Economia» e nel 1859 ne pubblicò il primo fascicolo: Per la critica dell’economia politica. Tuttavia, il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte. A complicare le già difficili circostanze fu l’impegno che egli assunse, dal 1864 al periodo successivo alla Comune di Parigi, a capo dell’«Associazione Internazionale dei Lavoratori», della quale redasse indirizzi, risoluzioni, programmi e ne fu la figura principale.
Il libro primo de Il capitale, uscì soltanto nel 1867 e Marx non riuscì a completarne il secondo ed il terzo volume, che furono, invece, dati alle stampe da Engels. Manoscritti non ultimati, abbozzi provvisori e progetti abbandonati. Contrariamente al carattere di sistematicità che gli è stato spesso attribuito, la gran parte dei suoi lavori è segnata dall’incompiutezza, caratteristica che non impedì, però, alle sue analisi, di mostrarsi meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze. Marx trascorse gli ultimi anni di vita svolgendo ulteriori ricerche. Il metodo oltremodo rigoroso, l’autocritica più spietata, l’inestinguibile passione conoscitiva e la difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, resero ancor più vera la descrizione che una volta diede di sé: «Sono una macchina condannata a divorare i libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia».
La sorte toccatagli è stata di tutt’altra natura. La sistematizzazione da parte degli epigoni della sua teoria critica, l’impoverimento che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione e la censura dei suoi scritti ed il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, lo hanno reso vittima di una profonda e reiterata incomprensione. «Tutto ciò che so è che io non sono marxista», disse poco prima di morire, quasi avesse potuto prevedere il futuro.
Liberato dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato è stato destinato, e dalla fallacia del «marxismo», oggi Marx è riconsegnato ai liberi campi del sapere. Sottratto a sedicenti proprietari ed a costrittivi modi d’impiego, il pieno dispiegarsi della sua preziosa ed immensa eredità teorica è reso finalmente possibile.
La parola torni a lui, alla sua opera, alla sua critica della società capitalistica così tanto attuale.

Labels:

Sunday, May 06, 2007


Per una politica culturale (2)

di Tc


(prosegue da Per una politica culturale)

Lo studio della fenomenologia del tempo non esaurisce le sfere della ricerca sulle forme concrete del dominio e dello sfruttamento. Ma, se inteso nel senso ampio sopra indicato (il Capitale, la storia dei vinti, la ricerca sociale), può costituire un grimaldello critico utile a sviluppare anche altri settori di ricerca. La teoria dell’alienazione, il tema della relazione uomo-natura o l’analisi delle strutture patriarcali, ad esempio, potrebbero trarne stimoli significativi.

Una delle sfere di ricerca sul dominio, però, si presenta più di altre nella sua autonomia ineludibile. Le forme politico-statuali del dominio, e loro implementazione imperialistica, nel modo di produzione esistente, si manifestano come il regno della separatezza, e come tali devono essere studiate in prima battuta. Non è possibile comprendere la stretta, e conflittuale, relazione dialettica tra questa sfera del dominio ed i rapporti di produzione se la si riduce alla relazione stessa – e tanto più, ovviamente, se si interpreta la dialettica in termini necessitaristici. In linea generale, è sempre corretto studiare i momenti della dialettica nella loro particolarità, per poter comprendere il movimento negativo della dialettica stessa, che non è mai un immediato. Ciò è particolarmente vero in questo caso.

Per questo oggi urge l’elaborazione di una teoria integrata dell’imperialismo nel nostro tempo. Si deve ripartire con rigore dalla tradizione teorica esistente, il che vuol dire in primis dalla Luxemburg e da Lenin – ma anche da Gramsci, nella misura in cui la teoria deve essere in grado di leggere in chiave unitaria il fenomeno della politica borghese. Al contempo, è necessario il confronto col prosieguo dell’analisi critica dell’imperialismo e della politica borghese nel Novecento.

Soprattutto, però, è urgente lo studio delle concrete forme di tali fenomeni nel nostro tempo. Tra le molte rilevanti questioni aperte, il ruolo degli apparati militar-industriali, ed in particolare di quello statunitense, appare centrale. Una delle maggiori contraddizioni del nostro tempo è il concentramento quasi monopolistico della potenza militare (in senso ampio: le tre armi classiche e l’intelligence; il dato quantitativo di uomini, mezzi e capacità produttive impiegate; la dislocazione geografica; ed il livello tecnologico) negli Usa – che si verifica però in una fase di debole egemonia della borghesia Usa sulla popolazione statunitense, di progressiva sovraesposizione politico-militare in conflitti a-simmetrici e, soprattutto, di crisi dei monopoli anglo-sassoni nella concorrenza internazionale e di dipendenza strutturale dell’economia Usa dal debito estero. Tale contraddizione è il principale motore – motore, però, essenzialmente distruttivo – della politica mondiale dopo il 1989.

Infine, c’è un’altra grande sfera di ricerca che si propone con particolare urgenza e priorità. Quelle che si sono definite “le necessità soggettive (l’organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario)”.

Questa è senza dubbio in primo luogo la sfera del linguaggio, e dunque dei problemi logici della dialettica. Il problema della relazione tra il carattere linguistico ed auto-costituente del soggettivo con la necessità del suo radicamento in un dato tempo storico è particolarmente complesso per un soggetto rivoluzionario – per il quale il radicamento nel proprio tempo è un dato provvisorio, non il fine, che è invece il superamento conflittuale del presente verso un altro tempo. Si può usare per i rivoluzionari l'allegoria di migranti o di esuli che, pur operando nel paese dove vivono, non accettano mai del tutto l’integrazione.

Questo è il motivo per cui il problema dell’organizzazione è centrale. L’organizzazione è la forma in cui si determina il rapporto concreto tra discorso rivoluzionario e sfera del tempo storico. Una determinata forma organizzativa può contribuire a provocare tanto la separatezza che l'integrazione nell’esistente. Non si tratta di ricercare una via di mezzo – ma di immaginare, e soprattutto di praticare, forme di organizzazione che non assolutizzino nè l’immanenza né la trascendenza, ma abbiano una concezione del negativo come contraddizione possibile che si dà nel tempo. In questo tempo, contro questo tempo.

Ma oltre al problema della separatezza/integrazione c’è il problema della separatezza/identificazione delle sfere. Un’organizzazione del progetto rivoluzionario che annulli la distinzione tra le diverse sfere dell’agire per la trasformazione è altrettanto pericolosa quanto un’organizzazione che si limiti a registrare il dato dell’esistenza di sfere diverse.

Il politico, il sociale, il culturale, nelle loro sempre più plurali e complesse declinazioni, non sono mere articolazioni della divisione del lavoro, necessaria in qualunque organismo esecutivo efficiente – ma non sono neppure isole separate che, al massimo, si raccontano ogni tanto l’una all’altra. L’ampia riflessione, e le sperimentazioni pratiche, sul concetto dell’organizzazione a rete, implementate dallo sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione, non è per ora riuscita a risolvere il problema. La maggior parte delle reti hanno finito per tornare ad essere un unicum organizzativo, o più spesso per dissolversi in un mero spazio di comunicazione tra organizzazioni separate.
Una linea di ricerca troppo poco percorsa è il capire che cosa siano -dal punto di vista rivoluzionario- politico, sociale e culturale, e perché siano distinti ma non separati. Da questa linea di ricerca potrebbero forse scaturire nuovi elementi per il dibattito più specificamente organizzativo, che, in particolare, permettano di sperimentare le effettive potenzialità delle nuove tecnologie della comunicazione.

Ad esempio, in teoria oggi esistono le potenzialità tecniche per costruire un’organizzazione politica che possa raggiungere il più alto livello di azione comune (di centralismo, si sarebbe detto un tempo) insieme al più alto livello di partecipazione diretta di ciascun militante all’elaborazione e alla determinazione della linea politica, non solo sul piano strategico, ma anche rispetto alle principali scelte tattiche. Strategia e tattica, del resto, oggi più che mai sono sfere centrali per l’alternativa rivoluzionaria al capitalismo. Ma questa potenzialità tecnica, che non può comunque eliminare la scarsità di tempo disponibile di gran parte dei militanti in questa società, resterà tale fino a quando non sarà chiaro perché valga la pena dedicare del tempo alla elaborazione della linea di un soggetto politico.

Il problema di questo perché, del resto, non si risolve solo stabilendo distinzioni. Il politico, più ancora del sociale e del culturale, abbisogna di una sua specifica riflessione fondativa. In questa riflessione, il tema del programma è centrale. Un soggetto politico rivoluzionario organizzato, distinto ma non separato da sociale e culturale, è tale solo nella misura in cui riesce ad incarnare storicamente un programma.

Il programma è l’altra faccia della relazione tra linguistico e temporale, assieme, ed in stretta relazione, con l’organizzazione. Il programma non può essere un perfetto discorso autoreferente, né la descrizione di un esistente con qualche miglioria. Deve essere il ponte linguistico tra questo tempo ed il superamento del capitalismo. Il programma deve dunque nascere dal campo di possibilità storicamente determinate, ed essere insieme il prodotto delle capacità, conoscenze e volontà collettive del soggetto rivoluzionario. Solo se sarà queste due cose, del resto, potrà essere realmente una forza nell’esistente, di cui pure costituisce la negazione dialettica. In questo tempo, per un altro tempo.

L’elaborazione del programma, ed il suo divenire forza reale, abbisogneranno delle ricerche critiche sulle concrete forme del dominio e dello sfruttamento di cui si è parlato. Qui, dunque, può dirsi chiuso il cerchio dialettico di un progetto per le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria.

Labels:

Monday, April 16, 2007

Indice 13-20/4/07

minima teorica Per una politica culturale(1) di Tc
(s)oggetti Morti normali di Alessandra Fava
americusa Organizing Labor da Labor Notes
precario diario Ostalgie canaglia di Boris Sollazzo
recensione Dinamiche internazionaliste di Michele Nani



Dinamiche internazionaliste




di Michele Nani, il manifesto, 01 aprile 2007



La nascita di un mondo di «nazioni», fra Sette e Ottocento, comportò la trasformazione degli ideali universalistici e una revisione del tradizionale cosmopolitismo filosofico. Proprio nel 1789, mentre scoppiava in Francia la grande rivoluzione, Benjamin Franklin coniò un nuovo termine, destinato a una straordinaria fortuna nei due secoli successivi: «internazionalismo». Cinquant'anni dopo, convinti che gli «operai non hanno patria», Marx e Engels chiudevano il loro Manifesto del partito comunista (1848) con una frase destinata a divenire celebre: «proletari di tutti i paesi unitevi!». Furono poi fra i promotori dell'Associazione internazionale dei lavoratori (1864-1876), che cercò di tradurre in pratica quell'appello. Scomparso Marx, toccò al solo Engels salutare nel 1889 la nascita di una nuova Internazionale operaia forte dell'adesione di gran parte delle organizzazioni socialiste europee. Engels tuttavia non visse abbastanza per assistere al profilarsi di una Internazionale sindacale parallela e nemmeno alla repentina dissoluzione della «seconda» Internazionale nel 1914, quando gli stati maggiori socialisti si allinearono a quelli militari, accompagnando in trincea milioni di lavoratori europei. All'indomani del grande massacro, sulle ceneri delle precedenti esperienze e forti della rivoluzione vittoriosa, Lenin e i bolscevichi lanciarono nel 1919 la «terza» Internazionale, i cui confini superavano per la prima volta quelli dell'Europa. Ad essa si affiancarono ben presto altre organizzazioni federative di partiti socialdemocratici e persino una «quarta» internazionale di ispirazione trockista. Questa e quelle, con varie metamorfosi e slittamenti, sono sopravvissute fino ai nostri giorni, mentre il Komintern, ridotto presto a espressione della politica estera sovietica, venne sciolto da Stalin nel 1943. Dopo il 1945 la solidarietà internazionalista non restò tuttavia monopolio dell'Urss, ma rinacque nelle svariate forme di appoggio alle rivoluzioni anticoloniali, dalla Cina al Vietnam, da Cuba al Nicaragua. Il crollo di gran parte del socialismo «reale» ha reso d'un tratto desuete le convinzioni rivoluzionarie di cui era espressione l'«internazionalismo proletario»: ma non è detto che nell'era della connessioni globali gli ideali e le pratiche di una solidarietà internazionalista centrata sui lavoratori, le loro lotte e organizzazioni, siano destinate a divenire materia di sola indagine storica. Qualche segnale dell'attualità dell'internazionalismo è riproposto da Internationalisme en question(s), l'ultimo numero dei Matériaux pour l'histoire de notre temps (n. 84, euro 14), la rivista della Bibliothèque de documentation internationale contemporaine di Nanterre ( http://www.bdic.fr/). Mentre Klaus Meschkat delinea un profilo della solidarietà internazionale nella Germania del 1945, sottolineando le continuità con i recenti sviluppi del «movimento dei movimenti», Jean-Pierre Garnier critica l'ideologia e la pratica «altermondialiste», ritenendole un regresso rispetto all'internazionalismo proletario classico. Il resto del fascicolo vorrebbe contribuire a un riesame della storia dell'internazionalismo, oltre le tradizionali prospettive centrate sulla dimensione istituzionale, sull'analisi dei dibattiti interni o sulla costruzione di tipologie e comparazioni fra «casi» nazionali, a favore di una storia sociale e culturale dell'internazionalismo dei lavoratori, attenta ai percorsi concreti dei militanti, alle pratiche effettive di solidarietà, alle lotte transnazionali, ma anche ai rapporti di forza e alle gerarchie interne: una prospettiva che si colloca esplicitamente nel solco della lezione del grande storico del movimento operaio Georges Haupt (L'internazionale socialista dalla Comune a Lenin, Einaudi 1978). In un saggio denso e originale, Enzo Traverso si interroga sul rapporto fra ebraismo e cosmopolitismo: stretti fra integrazione e esclusione nelle nazioni ottocentesche, gli ebrei di lingua tedesca, da Marx ai teorici e organizzatori delle socialdemocrazie tedesca e austriaca, contribuirono alla definizione di una prospettiva post-nazionale e giocarono un ruolo fondamentale nell'evoluzione che condusse dall'universalismo dei Lumi all'internazionalismo socialista. Robert Paris e Claudie Weill disegnano una serie di itinerari biografici attorno ai due modelli del militante transnazionale: i «pellegrini», che confluiscono nei centri del socialismo mondiale, e i «missionari», che procedono a diffondere il verbo internazionalista. Si tratta in genere di studenti e di esuli, di inviati dalle organizzazioni e spesso di donne, ma anche di emigranti che seguono, per restare al linguaggio religioso, una sorta di «vocazione», se non di «apostolato». L'articolazione più interessante resta quella con le «colonie» di connazionali all'estero, che offre ai militanti politici e sindacali un terreno su cui misurare la propria capacità di organizzatori, ma anche una prima forma di integrazione in un nuovo contesto spesso diffidente o teso al controllo repressivo dell'emigrazione. Un esempio è offerto dal Club di lettura dei socialdemocratici tedeschi a Parigi (1877-1914), la cui vicenda è qui ripercorsa da Gaël Cheptou, mentre delle internazionali fra le due guerre si occupa Ursula Langkau-Alex. Babacar Fall ricostruisce le origini e gli sviluppi dell'organizzazione di classe nell'Africa occidentale francese del Novecento, segnalandone la vivacità, ma anche il passaggio dalla tutela dei sindacati metropolitani a quella dei partiti-guida della lotta anticoloniale. La straordinaria parabola dell'internazionalismo dei portuali è ripercorsa da uno dei contributi più stimolanti, quello di Michel Pigenet, che si apre e si chiude ricordando l'importante lotta transnazionale che ha costretto nel 2003 il parlamento di Strasburgo a bocciare un provvedimento di ulteriore liberalizzazione della gestione dei porti europei. Si è trattato di una mobilitazione senza precedenti, forse un segno che il tempo dell'internazionalismo non è tramontato.

Labels:


Ostalgie canaglia
di Boris Sollazzo


Ostalgie canaglia. Da Goodbye Lenin a Benvenuto Stalin. Dopo una scorpacciata di film in cui avevamo assaggiato la mitologia dell’ex Germania Est tra Trabant e Wartburg (oltre al lavoro di Wolfgang Becker ricordiamo l’ottimo Zucker di Dani Levy) arriva La vita degli altri, storia d’amore ai tempi della Stasi scritta e diretta dal sorprendente esordiente Florian Henckel Von Donnersmarck. Givane affamato di letteratura, coltissimo, non aveva alcuna esperienza con la macchina da presa. In 7 mesi, da Locarno a Los Angeles, ha mietuto consensi plebiscitari di pubblico e critica, fino al trionfo agli European Film Awards e all’Oscar per il miglior film straniero. Inaspettato ma meritato. La sua è una storia letteraria, un racconto d’amore e di morte nella Ddr. Senza sorprese, la sceneggiatura è tonda e definita. Più della storia è la narrazione, nazional popolare nel senso più alto del termine, a colpire. Le emozioni, i sentimenti sfiorano il didascalismo con lo stile e l’intensità di un Pasternak. Gli influssi letterari sono più evidenti di quelli cinematografici, in una regia mai presuntuosa e pretenziosa, ma nemmeno accademica. Il protagonista è uno scrittore, Georg Dreyman (Sebastian Koch, sosia di Sebastiano Somma e gerarca nazista “buono” in Black Book), punta di diamante della cultura oltrecortina. Ha tutto: successo, amore, amici. O almeno così sembra. Il suo più caro amico e maestro, Jerska (Volkmart Keinert), è sulla lista nera del governo. La stupenda compagna, l’attrice Christa- Marie Sieland (una sempre più interessante Martina Gedeck, ormai diva non solo tedesca) è depressa. Lui è sotto sorveglianza, nonostante l’amicizia con la first lady Margot Hoenecker, “Miss Comitato Centrale”, bellissima moglie e sodale del dittatore del proletariato Erich. Il ministro della cultura, geloso, vuole incastrarlo. Sulle tracce dell’artista, allora, viene messo Gerd Wiesler (Ulrich Muhe), esperto mastino delle vite degli altri. Il film percorre due binari paralleli: l’oscuro spione e l’eroe buono. Insieme prenderanno consapevolezza di sé: il primo a livello umano, il secondo politico. Diventeranno indipendenti, quindi perdenti ed espulsi (succede anche e soprattutto ora, non ci stupiamo). Su di loro l’ombra di quella polizia segreta, la Stasi, il più efficiente sistema di controllo sociale della storia. Centomila effettivi, duecentomila informatori, una persona ogni sei abitanti dedito alla delazione occasionale (illuminante in questo senso il libro C’era una volta la Ddr di Anne Funder): la quotidianità del male. Amore, morte, ingiustizia, dolore: ingredienti eterni. Ben mescolati dal giovane cineasta tedesco che cade solo nel finale, con un eccesso di retorica. Che ci lascia con l’interrogativo, posto al coprotagonista, la cui arte è sterile dalla caduta del muro. “E’ duro vivere in questo presente. Nulla in cui credere, nulla a cui ribellarsi". Ostalgie canaglia. Appunto.

Labels:


Organizing Labor


Due articoli dedicati al problema dell'organizzazione sindacale, da Labor Notes.

Organizing "Big Boxes" is Big Challenge for Labor
di Eli Jelly-Schapiro


For the 15 million retail workers in the United States, the odds of being in a union are low. According to the nonprofit Labor Research Association, retail unionization was just 6.2 percent in 2003.
While the United Food and Commercial Workers union (UFCW) has made some gains for grocery and food retail workers, workers in the rapidly expanding world of non-food retail stores and chains are barely a blip on organized labor’s radar.
From a West Coast bookstore to a New York shoe chain, workers have won in retail on a small scale, but for each victory there are countless losses. The realities of retail work, from a constantly shifting job force to no holds barred anti-union employers, create significant barriers to organizing.
What would it take to organize in retail? The answer is likely as complicated as the industry itself. From big box to small niche, no workplace looks the same. In order for labor to win, it will need to use strategies and tactics as varied as this massive industry.
Wake up!
From 2004-2006, the Retail, Wholesale, and Department Store Union (RWDSU), affiliated with the UFCW, organized workers at 10 Footco (a New York chain selling sneakers and apparel) stores. Workers waged the campaign using the slogan, “Despierta Bushwick!” (“Wake Up Bushwick!”), calling on their Brooklyn neighborhood for support.
RWDSU won a three-year contract for 95 Footco employees, some of whom had been making as little as $4.75 an hour (the new starting wage is $7.25/hr and will be raised to $8.10 in the third year of the contract).
The campaign succeeded, in part, by building a strong community coalition that was able to put pressure on the employer from a variety of different angles. Particularly critical was the involvement of Make the Road by Walking, a Bushwick-based organization that works primarily with low-income Latino community members, many of whom are undocumented immigrants.
RWDSU Research Director Mathias Bolton notes that, “If there is a community group that has been working with immigrant workers in the area…[the support of] that community group can help legitimize the union.”
The problem of legitimatization is particularly acute in retail, an industry that has grown massively over the past two decades yet remains largely unorganized. Bolton observes that in many retail settings, where the benefits of unionization are often out-of-sight and out-of-mind, forming a union can seem far-fetched.
Bolton explains, “There is a sense of desperation: ‘What could a union even do if they came in here?’ It’s tough to break that perception.”
The retail Union
The organizing of 400 workers at seven Powell’s Books shops in Portland, Oregon in 1999 represents another successful chapter in the recent history of retail organizing. Angered by a proposed ‘merit-based’ three-tier raise system and fed up with an increasingly unresponsive and insensitive management, workers at Powell’s flagship Burnside store organized into the International Longshore and Warehouse Union (ILWU) Local 5.
The workers had to overcome both pressure from management and industry-specific challenges not only to organize the union, but to keep it alive.
With high turnover and job instability, orienting new members into the union has been a critical task. ILWU Local 5 representative Ryan Takas says that there’s a “total lack of education about unions that most of the workers come to the job with. People are used to a service-based relationship with most organizations and it is difficult to get people to understand that this not how a union is supposed to function.”
Another common obstacle facing retail workers is a lack of respect for their work. Instead of organizing unions, workers are encouraged to get “real jobs.” Former Local 5 Vice President Meredith Schafer says, “There’s a self-perception of workers that this is not their career. There’s resistance to organizing something with a sense of permanence and commitment like a union.”
Longtime Powell’s employee and union activist Jeff Hensley says, “There’s also the obvious difficulty of resources because retail workers simply don’t make very much money and…it’s very easy to scare them into just holding on to what they’ve got. There’s fear that a couple of hundred people are possibly waiting to the get the job you have right now.”
Hensley says that to fight this, the union has to promote that working in retail should be respected like skilled labor and professional careers. “A big reason why we were ultimately successful,” he explains, “is the part of the pledge we take when we have member card signing at our monthly meetings that mentions ‘securing respect and fair treatment on the job.’”
Today, as Local 5 prepares for its third contract campaign, the emphasis remains on including every union member in the negotiation process. Takas says union members “vote on everything…we try and include the rank and file as much as possible.”
Working to include new members and cultivating a democratic culture within the union is particularly important, says Takas, when turnover at the workplace is so high. He notes, “50 percent of our shop hasn’t even been through a contract struggle before.”
Organizing inside the box
Workers in larger retail chains (often referred to as “big box” retail) face unique barriers to unionization. While mega-retail employers like Wal-Mart and Target have faced numerous campaigns to improve working conditions and wages, big box retailers remain largely non-union.
In many communities, big box retailers are some of the largest employers and can count on a steady stream of potential employees, no matter how difficult the working conditions get. Again, turnover and job instability make it hard for unions to gain influence among a workforce that sometimes has little hope of making improvements on basic working standards like right to overtime or full medical coverage.
Without question, organizing big-box stores is a different kettle of fish than organizing local chain stores like Powell’s and Footco. Key aspects of both campaigns’ strategies, however, could be instructive for future big-box organizing efforts.
To win in retail, unions must work with local communities, building new coalitions and joining existing ones. Particularly in immigrant communities, working with coalitions that are already organizing increases the visibility and credibility of a union organizing campaign.
Community coalitions can also help decrease the intense feelings of isolation and powerlessness with which many retail workers struggle. In addition, by involving the community in a campaign, unions can show the employer that they have the community’s support and respect.
Another critical lesson is member involvement and education. Once a campaign is won, as at Powell’s, unions must constantly work to engage members in the union. Given high turnover, there will always be new and inexperienced workers to involve.
New members need to be included in the direction of the union, from speaking up at union meetings to learning how to negotiate the new contract. Without steady union education and leadership, a retail union can lose its active membership to turnover and attrition in just a few years.


Volunteer Organizers Can Add Muscle To Major Union Recruiting Campaigns

di Harry Kelber

There are many reasons why unions fail to win organizing campaigns, why they abort them soon after launching, and why many campaigns don’t get off the drawing board. These failures explain why unions are especially reluctant to target corporations that employ thousands of workers in multiple plants and facilities throughout the United States.
Unions do not have enough competent organizers to take on major corporations. Far too many of them are inadequately trained and are no match for the high-priced lawyers and management consultants that employers hire to defeat them.
Also, organizers often do not have enough support staff to respond effectively to the many contingencies that arise during a campaign. Successful organizing requires a staff that possesses a variety of skills, almost all of which are put to the test in any large-scale recruiting effort.
But the most serious defect in most organizing campaigns is that very little effort is spent on involving union members. Organizing is treated as a separate activity, carried on almost exclusively by staff people, largely in isolation from the members.
Let’s face up to the grim truth: if we can’t get masses of union members to be active participants in recruiting new members, we’re never going to become a bigger and stronger labor movement. Our situation is so critical that it will require all of us, union officials as well as union members, to take extraordinary measures to fulfill our responsibilities to America’s working families.
Army of organizers
If you’re trying to build an army of volunteer organizers, the best place to look for recruits is in local unions and the workplaces they control. There are at least 10,000 local unions affiliated with the AFL-CIO and Change to Win federations, whose members are worried about their jobs and economic future.
While there is broad agreement that organizing millions of new members is the key to rebuilding a bigger and stronger labor movement, our national leaders have failed to come up with a practical plan to accomplish this.
To fill the vacuum and overcome labor’s inertia, the creation of an “Army of Volunteer Organizers” would offer frustrated union members an opportunity to participate in an organizing program that could challenge the nation’s anti-union corporations.
Kay tasks

Under such a plan, volunteer organizers would have the right to participate in any of the activities listed below, each of which has an essential role in a well planned, long-range organizing program. They would work in teams with like-minded unionists and have a voice in determining how to proceed on a number of key tasks such as:
1. Survey: It is important to gather a list of non-union companies in your area, including detailed information about their operations, which should be periodically updated.
2. Research: Check company behavior on taxes, health violations, standing in the community, attitude toward employees, strikes, past labor problems…
3. Contacts: Check around to find names and phone numbers of employees in various non-union enterprises.
4. House Calls: Visit workers at home or job site to talk up the union. Keep record of interview with each person.
5. Community Affairs: Get to know media people, politicians, other union leaders, and influential heads of community organizations.
6. SWAT Teams: A quick-response campaign that takes reactive steps when workers are fired for pro-union activity.
7. Strategy Planning: A select leadership group elected by volunteer organizers on the basis of performance.
Other activities could include publications, such as leaflets and online communications, picket duty, and working with local media.
Connecting organizers
At some point, the volunteers from each local could meet to elect a regional council of their leaders, who would work with the central labor council in their area to provide staffing and resources for organizing campaigns.
There are more than 500 central labor councils across the U.S. Through a network of councils, it would be possible to target non-union corporations that have multiple plants in various states.

Labels:


Morti normali

di Alessandra Fava, il manifesto, 15 aprile 2007


Rotterdam: pronunciare la parola sa già di paradiso. Ci sono andati a decine di delegazioni di portuali. «Lì se gli capita un morto sequestrano l'area e tolgono la concessione. Perché per un olandese una morte è un danno e ferma la produttività - racconta Luigi Guasco, un vecchio portuale ora in pensione, delegato sindacale della Compagnia unica sino al 2000 - Qui invece discutiamo per anni tra 'tombatori' (il piano portuale degli anni '90 prevedeva il tombamento di alcuni moli per crearne di più grandi ndr) o 'affrescatori' (i fautori del progetto di Renzo Piano sul littorale genovese ndr) e il porto declina. Questo è un porto feudale con concessionari-feudatari e i lavoratori in lotta tra di loro. La produttività è bassissima: la media è 0,80 teu a metro quadro anziché 3 o 4 a mq come succede negli altri porti europei».La mattina, a poco più di ventiquattr'ore dalla morte di un lavoratore, Enrico Formenti, 40 anni, è l'ora dei vecchi portuali. Sindacalisti e dirigenti in giro non se ne vedono. Qualche pensionato viene a dar manforte ai 'figiue', i ragazzi. Sono loro imperterriti che hanno continuano a tener vivi i fuochi dei falò in lungomare Canepa occupando la strada per tutta la notte e hanno continuato a oltranza tutta la giornata. Davanti al bar, due pezzi di focaccia nel cappuccino, Guasco continua il suo ragionamento: «avete capito perché funziona il terminal di Voltri? E' quasi tutto in mano a un ente pubblico straniero, l'Autority portuale di Singapore. E' clamoroso. E poi cos'è 'sta storia delle concessioni dei moli demaniali? Dai fenici a oggi i porti sono sempre stati aperti, è questo il libero mercato». Quando dice libero mercato «au Luigin» gli viene un groppo come ingoiasse qualcosa di velenoso: «pensa te se io della Sinistra critica di Rifondazione adesso devo stare qui a difendere il libero mercato». Si raccoglie un capannello di giovani e vecchi, mentre il nero dei copertoni inonda tutti a seconda dei refoli di vento, che fanno sventolare anche lo striscione che l'altroieri i portuali della Fossa hanno portato allo stadio: «Porto: 30 morti in dieci anni...Ora basta. Ciao Enrico». Le critiche alla Compagnia unica non mancano: «ma che cooperativa, è diventata una società a tutti gli effetti», sbotta uno. «A metà degli anni novanta la compagnia prendeva 110 mila lire a contenitore, sei anni dopo, nel 2000, sono diventate 35 mila lire contenitore. Già allora la mia giornata reale è diventata un terzo», commenta un vecchio. E poi la divisione dei turni, che sembra premiare chi scoccia meno; lo si manda alla merce ricca che frutta magari 50-60 euro in più a turno di quella povera come i traghetti. Intorno gli amici digitano sul telefonino per raccogliere notizie dell'ultimo ferito, quello di giovedì, Battistelli, uno della Culmv che si è spaccato le costole e altro perché dei tubi di metallo gli sono crollati addosso ed è ancora ricoverato all'ospedale Galliera. E' stato uno dei due incidenti della settimana che ha fatto dire, dopo la morte di ieri, che non se ne può più. I manifestanti sono soli. I sindacati assenti. L'assemblea della piazza, ieri, è andata avanti ad oltranza. E si sono dati appuntamento per lunedì mattina alle 6 al varco di Ponte Eritrea, per poi partire con una manifestazione - alle 9 - dalla Stazione Marittima. Un'assemblea di delegati di Filt-Fit-Uiltrasporti, della Regione Liguria, della Asl 3, del Comune di Genova e dell'Autorità Portuale si riunirà, che anziché in porto, al Dopolavoro ferroviario di stazione Principe. Dalle 10 alle 13. Sulla porta del bar del porto c'è scritto «cercasi autista con patente Ce per trasporto container contattare XX». «Ora l'ufficio di collocamento è qui», borbotta un vecchio camallo e se ne va.

Labels:


Per una politica culturale
di Tc

L'obiettivo unificante dei diversi filoni di ricerca per una politica culturale dovrebbe essere il porre le basi teoriche della rifondazione di una prospettiva rivoluzionaria, a partire a) dalle condizioni oggettive (lo studio delle forme date di dominio/sfruttamento, e delle potenze di rivoluzione storicamente determinate), e b) dalle necessità soggettive (l'organizzazione politica, sociale e culturale di un progetto rivoluzionario).


Tra a) e b) l'intreccio è costante, non solo nella realtà (non bisogna mai dimenticare che nel capitalismo, e oggi più che mai, è dominante il momento della scissione e della separatezza). L'unità dialettica tra oggettivo e soggettivo è però decisiva in un approccio teorico di trasformazione.


Per questo motivo, centrale è la relazione dialettica tra dimensione temporale e dimensione linguistica - il piano teorico di ricerca su cui organizzare la dialettica tra oggettivo e soggettivo, tra politico e sociale, ecc., e più in generale la ricostruzione di un metodo dialettico non necessitaristico.

Per prima viene perciò la ricerca sulla fenomenologia del tempo. Necessaria è la critica della concezione monistica del tempo, matrice teorico-culturale delle diverse forme di determinismo e di necessitarismo.


Determinismo e necessitarismo, che nella storia sono sempre stati strumento delle classi dominanti, hanno avuto una funzione politica, in fasi di grande arretratezza culturale dei soggetti oppressi, come inveramento dialettico della tradizionale concezione finalistica del tempo storico.


Ma, in seguito, la concezione della storia e del tempo del movimento operaio si è reificata, divenendo strumento politico dell'egemonia burocratica, socialdemocratica e staliniana - e, oggi, invariabilmente di tutte le prospettive politico-teoriche che giustificano o accettano l'esistente e la sua temporalità lineare, o la sua rappresentazione pseudo-ciclica. La classe dirigente non ha più magnifiche e progressive sorti da offrire. Sono restate le sorti - nel senso dell'inelluttabile impossibilità del cambiamento. Perchè la rivoluzione possa tornare ad essere una potenzialità soggettiva, è necessario che i soggetti potenzialmente rivoluzionari mettano la categoria del possibile al centro del loro agire sociale e politico. Non a caso la rinascita di un conflitto politico-sociale con il movimento alter-globalista ha subito assunto il tema del possibile come centrale. Ma ora è necessario che, dal piano etico-politico, il possibile diventi elemento pratico-politico, ovvero concreto nucleo programmatico e strategico di un nuovo movimento operaio.


La critica di una concezione monistica del tempo, però, non è solo una critica delle concezioni lineari e pseudo-cicliche. Anche le concezioni che accentuano a dismisura, sia sul piano gnoseologico che sul piano strategico, il ruolo del tempo non-lineare sono concezioni monistiche - e facilmente generano impianti concettuali deterministici, e la rinuncia alla pratica ed alla prospettiva rivoluzionaria.


Per questo è oggi necessario avviare una ricerca sulla fenomenologia del tempo che parta dal concetto della sua duplicità.


Questa ipotesi deve essere verificata non solo su di un piano categoriale, ma, in primo luogo, a partire da concrete ricerche storiche e sociali, che vanno intrecciate con un altro piano, che deve essere di confronto con la teoria marxiana del tempo nel modo di produzione capitalistico.


Il Capitale e la storia - potrebbe essere una sintesi efficacie delle linee di ricerca sulla fenomenologia del tempo. Ma come tutte le sintesi è impoverente, poichè, in realtà, i piani sono più complessi.


La storia, ad esempio, non deve essere solo storia del "passato". La ricerca sociale è altrettanto necessaria - a partire dal tema centrale della composizione contemporanea della classe e della riproduzione sociale del capitale. Qui la "storia del presente" entra in stretta relazione dialettica col piano di ricerca sul tempo nel Capitale.


D'altra parte, la storia può e deve essere storia sociale, ecc., ma ciò che oggi serve maggiormente è una storia "dei vinti". Su questo esiste un grande fraintendimento, che deve essere chiarito, a partire dal confronto critico con la teoria del tempo e della storia di Benjamin, e liberando la storia critica da un'assunzione immediatistica delle correnti storiografiche dominanti nel Novecento, che pure hanno realizzato innovazioni di metodo fondamentali rispetto alle storie evenemenenziali e positivistiche. La "storia dei vinti" non è solo storia sociale, e non tutta la storia sociale è storia dei vinti. Per essere vinti si deve aver voluto vincere. Questo elemento è di determinante importanza, poichè è la condizione di possibilità di un reale "incontro tra generazione", secondo la formula benjaminiana - e deve dunque essere criterio discriminante di metodo e di orientamento di ricerca per una storia critica dei vinti.


Su questo piano deve essere affrontato il problema della tradizione. Oggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, esiste una grande tradizione teorica dei vinti che vollero vincere (che non è semplicemente una tradizione degli oppressi - anche in altre epoche storiche gli oppressi avevano un loro tradizione culturale, cultura popolare, folklore, ecc., e su un piano più complesso di elaborazione alcune eresie religiose, ecc.; si deve dunque parlare di tradizione rivoluzionaria, naturalmente in senso ampio, che a sua volta torna a comprendere elementi popolari e di folklore, canzoni di lotta, ecc.). Questo fatto storico di rilievo enorme ha un'importanza centrale per la rifondazione di un pensiero rivoluzionario.


Devono perciò essere evitati i due rischi che sempre accompagnano l'esistenza di una tradizione: la tabula rasa e la scolastica. In quest'epoca proliferano maestri che pretendono di cancellare la lavagna, per scrivere la nuova grande teoria definitiva. Abituati a scrivere col gesso, che si cancella facilmente, addestrati al tempo psuedo-ciclico della società della spettacolo, non si rendono conto che "il lungo Novecento" inaugurato da Marx ha visto la nascita di una tradizione, filosofica, economica, letteraria, ecc., ovvero culturale in senso lato, la cui possibile permanenza nel tempo costituisce oggi la principale fonte di speranza per il futuro. Ma naturalmente deve essere evitato anche evitato l'altro rischio - la scolastica, l'ipse dixit, l'unilaterale esaltazione di un singolo autore, o anche di una singola corrente. Il che non vuol dire che tutte le vacche siano state nere. Vuol dire che nessuna lo è stata del tutto. Altrimenti il corso della storia sarebbe stato un altro, almeno in parte.


Oggi serve dunque un grande sforzo di ricostruzione critica, che dovrebbe svilupparsi in primo luoghi intorno a problemi teorici determinati, mettendo a confronto le elaborazioni diverse della tradizione. Una sorta di Talmud (l'immenso commentario ebraico della Torah, organizzato per temi attraverso il confronto di opinioni diverse) della tradizione rivoluzionaria, da scrivere collettivamente, nel tempo che sarà necessario.


Lo studio della tradizione specificamente teorica deve avere una sua autonomia. Ma non deve escludere la storia politica e sociale dei vinti che vollero vincere - che al contario è oggi più che mai necessaria. La rifondazione di una teoria rivoluzionaria deve imparare da tutti i suoi passati - e, nella misur